Nella Silicon Valley sta succedendo una cosa curiosa: quelli che costruiscono l’intelligenza artificiale più potente del mondo chiedono ai governi di impedire che diventi troppo potente. Il 9 settembre OpenAI ha chiesto al Congresso americano requisiti nazionali obbligatori per la sicurezza dei sistemi più avanzati. Pochi giorni dopo Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha proposto di rallentare lo sviluppo dei nuovi modelli. Sam Altman ed Elon Musk hanno appoggiato l’idea di procedere con maggiore cautela. Immaginate Philip Morris che chiede regole più severe sulle sigarette mentre lavora alla «crack nicotine», progettata per aumentare l’effetto della nicotina. Ah no, paragone sbagliato. Quello l’ha già fatto. Naturalmente l’intelligenza artificiale non è una Marlboro, anche se molti cominciano a sospettare che possa essere più nociva. La domanda, allora, è un’altra: cosa succede quando a chiedere regole più severe sono proprio le aziende che quelle regole dovrebbero tenere sotto controllo?
Fermateci
Del resto, chiedere di essere fermati non è una novità. Nel marzo 2023 oltre mille ricercatori e imprenditori firmarono una lettera chiedendo una pausa nello sviluppo dei sistemi più potenti. Due mesi dopo Altman si presentò davanti al Senato americano chiedendo una regolamentazione dell’intelligenza artificiale. Negli stessi giorni scienziati e dirigenti delle maggiori aziende del settore sottoscrissero una dichiarazione secondo cui mitigare il rischio di estinzione provocato dall’AI avrebbe dovuto diventare una priorità globale. Da allora sono arrivati Bletchley Park, i vertici internazionali sulla sicurezza, gli impegni volontari dei grandi laboratori e le prime leggi. I laboratori, nel frattempo, hanno continuato a costruire modelli più potenti. Non c’è necessariamente una contraddizione: si può considerare pericolosa una tecnologia e continuare a svilupparla. La faccenda diventa più interessante quando chi invoca le regole ha anche i mezzi per sostenerne i costi e abbastanza peso per influenzare chi quelle regole le decide.
Quanto costa essere prudenti

Regolare i modelli più avanzati significa imporre test, audit indipendenti, sistemi di sicurezza informatica, documentazione, valutazioni dei rischi e procedure per segnalare gli incidenti. Tutte precauzioni ragionevoli con un piccolo inconveniente: costano parecchio. Per una società che investe decine di miliardi nell’intelligenza artificiale rappresentano una voce di bilancio. Per un concorrente che tenta di entrare nel mercato possono essere il primo test di sicurezza: verificare se sopravvive alla regolamentazione. È uno dei problemi più vecchi della burocrazia con le migliori intenzioni: una norma può proteggere il pubblico e contemporaneamente proteggere chi è già abbastanza grande da potersela permettere. Il bello delle barriere all’ingresso è che, chiamandole requisiti di sicurezza, sembrano quasi fatte per il bene dell’umanità. Il presidente della Federal Trade Commission americana, Andrew Ferguson, se n’è accorto. Amodei ha proposto un’esenzione dalle norme antitrust che permetta alle aziende dell’AI di accordarsi per rallentare insieme lo sviluppo dei modelli. Ferguson ha sollevato un problema piuttosto evidente: se le grandi aziende chiedono contemporaneamente nuove regole ed esenzioni che consentano loro di coordinarsi, quelle stesse regole potrebbero finire per proteggere chi è già sul mercato da chi vorrebbe entrarci. Il paradosso è notevole. Per impedire che l’AI diventi troppo potente, potremmo dover concedere più potere alle aziende che già la producono.
L’Europa ha già trovato i moduli
Mentre a Washington stanno ancora discutendo, l’Europa, fedele alla propria tradizione della noia regolamentata, ha cominciato dai regolamenti. Dal 2 agosto sono scattati nuovi obblighi di trasparenza e i poteri di controllo previsti dall’AI Act sono diventati operativi. Per i modelli general-purpose la Commissione può chiedere documenti, effettuare valutazioni, imporre misure correttive e, in caso di violazioni, arrivare a sanzioni fino a 15 milioni di euro o al 3 per cento del fatturato mondiale. È il momento in cui «dobbiamo regolare l’AI» smette di essere una frase pronunciata a Davos davanti a un bicchiere d’acqua e diventa qualcosa che richiede uno stuolo di avvocati. Dall’altra parte dell’Atlantico, la California ha deciso di non aspettare Washington. Il 9 settembre Gavin Newsom ha firmato due leggi che introducono valutazioni indipendenti dei sistemi AI e standard per gli auditor. A questo punto sorge spontanea la più classica delle domande: chi controllerà i controllori? La California ha pensato anche a quello. Ci sarà un registro degli auditor. Finalmente un mestiere che l’intelligenza artificiale potrebbe creare.
Peccato per gli americani
In tutta questa discussione manca qualcuno. Gli americani. Secondo un sondaggio del Pew Research Center condotto nel giugno 2026, il 52 per cento degli adulti statunitensi si dichiara più preoccupato che entusiasta per il crescente uso dell’intelligenza artificiale nella vita quotidiana. Gli entusiasti sono il 9 per cento. Nel 2021 i preoccupati erano il 37 per cento. Da allora sono arrivati ChatGPT, i miliardi nei data center, gli agenti, modelli sempre più potenti e la promessa di cambiare praticamente ogni mestiere conosciuto. Il pubblico, a quanto pare, non si è lasciato contagiare dall’euforia. Persino i giovani hanno cominciato a guardare l’AI con sospetto. Tra gli under 30 i preoccupati sono passati dal 31 per cento del 2021 al 55 per cento del 2026. Gli entusiasti, nello stesso periodo, dal 25 all’11. È un curioso inconveniente democratico. Gli Stati Uniti stanno combattendo per vincere una delle più costose competizioni tecnologiche della storia, mentre gli americani sembrano sempre meno convinti che sia una buona idea. Abbiamo chiesto all’intelligenza artificiale se forse non fosse il caso di rallentare. Ha risposto che la decisione spetta agli esseri umani. Per ora.
Tenetevi forte

Poi qualcuno pronuncia la parola Cina. E improvvisamente scendere dalla giostra diventa più complicato. Il 15 settembre il presidente della Camera Mike Johnson ha spiegato perché. Una moratoria, ha detto, comprometterebbe il vantaggio americano e favorirebbe Pechino. Ed eccoci al capolavoro. L’intelligenza artificiale sta avanzando troppo velocemente e potrebbe diventare pericolosa. Bisogna quindi rallentarla. Ma gli Stati Uniti non possono rallentare se la Cina continua a correre. Bisognerebbe convincere a rallentare anche la Cina, possibilmente continuando a negarle i chip americani più avanzati. Nel frattempo l’Europa cerca di stabilire quali regole debbano rispettare tutti. Il problema, ormai, non è più stabilire se sia prudente rallentare l’intelligenza artificiale. È trovare qualcuno disposto a farlo per primo.
Una coalizione interessante
La paura dell’intelligenza artificiale sta riuscendo dove decenni di politica americana hanno fallito: mettere d’accordo persone che probabilmente non condividerebbero nemmeno lo stesso estintore durante un incendio. Bernie Sanders chiede limiti severi allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Steve Bannon pure. Le ragioni sono molto diverse, naturalmente. La diffidenza verso l’AI attraversa schieramenti politici che non concordano sulla malattia, sul paziente e probabilmente neppure sull’esistenza della medicina. È forse il risultato più sorprendente ottenuto finora dall’intelligenza artificiale: far coincidere per qualche centimetro due rette che la geometria americana considerava parallele. Nel mezzo ci sono le aziende. Continuano a sviluppare modelli sempre più potenti, chiedono regole perché i rischi possono essere reali e cercano di collaborare sulla sicurezza mentre competono sui prodotti. Alcune chiedono di rallentare, purché il rallentamento non consegni il vantaggio alla Cina. E partecipano alla discussione sulle norme che dovranno rispettare. Niente di tutto questo dimostra che gli allarmi siano falsi. Il fatto che una regola convenga a chi la propone non significa che sia una cattiva regola. Comunque, sarebbe ingenuo non chiedersi perché certe regole piacciano tanto proprio a chi dovrà rispettarle. Comunque, sarebbe ingenuo non chiedersi perché certe regole piacciano tanto proprio a chi dovrà rispettarle. Possono rendere l’intelligenza artificiale più sicura e, incidentalmente, il mercato molto meno affollato. Sarebbe una coincidenza notevole se per salvare l’umanità servissero proprio le regole che i concorrenti più piccoli fanno più fatica a permettersi. La fine del mondo, dopotutto, è un problema serio. Ma anche la concorrenza può creare qualche fastidio.
Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).

