La tecnologia non è più percepita come un interesse esclusivamente maschile; secondo un’indagine Ipsos, solo il 23% degli intervistati ritiene che coding e intelligenza artificiale siano legati al genere di appartenenza. Dalla ricerca emerge anche che il 45% delle ragazze ritiene necessaria una maggiore presenza femminile nella programmazione, soprattutto per ridurre il rischio che l’AI riproduca stereotipi e discriminazioni. Ivana Bartoletti, global privacy and AI governance officer di Wipro e co-fondatrice del think tank Women Leading in AI Network, interpreta questo dato come un segnale incoraggiante di cambiamento culturale.
Bartoletti osserva che l’evoluzione storica del settore tecnologico riflette dinamiche legate al genere. Originariamente la programmazione era infatti considerata una mansione segretariale, svolta prevalentemente da donne. Solo con gli investimenti degli anni ’70 e la crescente rilevanza economica del settore, la tecnologia è diventata dominio maschile.
Oggi, sottolinea l’esperta, la sfida non è tanto aumentare il numero di donne programmatrici, quanto rafforzare la loro presenza nei ruoli decisionali. L’AI generativa può infatti replicare le disuguaglianze sociali esistenti, influenzando settori cruciali come sanità ed educazione. “A parlare di intelligenza artificiale non devono essere solo quelli che sanno fare tecnologia”, conclude Bartoletti, evidenziando il potenziale di una leadership femminile diffusa come strategia di crescita per l’Europa: “L’AI può diventare uno strumento di progressione e di equità, ma serve una visione sociale più ampia e maggiore pluralismo”.
Leggi l’articolo completo: «Servono le donne per governare l’intelligenza artificiale» su il Corriere
Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (19/02/2025).

