L’intelligenza artificiale contribuisce ad aprire nuove frontiere nello studio della comunicazione animale, rivelando alcune forme di sofisticatezza finora ritenute esclusive degli esseri umani. Studi condotti su bonobo, ad esempio, mostrano come questi animali uniscono grugniti e guaiti per coordinare azioni sociali o trasmettere intenzioni. Studi sugli scimpanzé, le cince giapponesi e le balene, invece, evidenziano come alcune specie siano in grado di combinare richiami vocali per generare significati complessi, sfidando l’idea che la composizionalità sia esclusiva degli esseri umani. Infatti, sono anche loro in grado di combinare suoni per trasmettere significati che non emergono dai singoli richiami.
Progetti come l’Earth Species Project e il Project CETI utilizzano l’IA sia per decodificare i suoni animali, analizzando pattern e sequenze complesse, sia per simulare vocalizzazioni. Le balene rappresentano un caso complesso. I capodogli, infatti, producono “code” di schiocchi che variano in ritmo e frequenza, simili alle vocali e ai dittonghi umani. L’IA generativa permette di riprodurre questi suoni, identificando schemi nascosti e accelerando la decodifica del loro linguaggio.
Nonostante queste scoperte sui linguaggi animali, alcune caratteristiche chiave del linguaggio umano restano uniche, come la capacità di parlare di concetti astratti, la produttività e la dualità dei segnali. Gli animali combinano vocalizzazioni per generare significati, ma il numero di messaggi possibili è ancora limitato rispetto
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (15/04/2025).

