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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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IA e linguaggio. Note a partire da Manfred Frank

IA e linguaggio

1. Critica del modello del linguaggio come codice

 Siamo solitamente portati a trascurare le cavillose questioni di linguaggio nell’esistenza di tutti i giorni. Sin dalla nostra prima esperienza educativa, infatti, introiettiamo quello che potremmo definire un codice, quel complesso sistema di regole grammaticali, sintattiche, semantiche e via dicendo che si è soliti chiamare lingua e che costituisce l’unico strumento che abbiamo a disposizione per colmare un distacco altrimenti insolubile: la nostra percezione del reale e la possibilità di concettualizzare tale percezione individuale, di rendercela intelligibile e, soprattutto, di comunicarla al prossimo. Senza linguaggio, per dirla con toni cartesiani, trionferebbe l’aberrante solipsismo.

Ma il linguaggio è un oggetto molto più complesso di quanto pensiamo e quasi tutti lo impiegano senza comprenderne l’autentico miracolo. Comunemente si tende a vedere il linguaggio come un semplice strumento volto a consentire l’interazione tra gli individui all’interno di una comunità sociale e il riferimento al mondo circostante. Si tratta di un modello classico e, a prima vista, intuitivo, modello espresso dalla teoria corrispondentista o del codice. Secondo questo paradigma il linguaggio è costituito da un insieme di segni di per sé dotati di significato che si riferiscono a cose o stati di cose reali. Tale riferimento sarebbe stabilito dalla convenzione. Ora, se fosse davvero così, il linguaggio sarebbe uno strumento infallibile e perfetto. Ma non lo è, e se non lo è ciò è a causa del fatto che questa visione rigida ha dimenticato un dato fondamentale con cui il codice deve avere a che fare: la libertà intellettuale dell’essere umano.

Questo imbarazzo è stato ben disvelato da Manfred Frank, che nel suo Lo stile in filosofia ha saputo mirabilmente presentare le lacune del decadente modello-codice sviscerando e sistematizzando alcune delle più importanti acquisizioni a favore di una visione del linguaggio ben più interpretativa, veritiera e tutt’altro che corrispondentista. La chiave di tutto risulta essere la cruciale, e spesso celata, distinzione fra tipo linguistico e token. A questo proposito Frank è limpido:

I concetti sono infatti termini classificatori. Forniscono regole per la sussunzione … In quanto regole, i concetti procurano uniformità: per loro tramite è possibile ridurre una potenziale infinità di discorsi concretamente proferiti … a un numero finito di strategie generative: la grammatica di una lingua nazionale. I logici, sulla scorta di von Humboldt, hanno espresso con maggiore precisione questo stato di cose attraverso la distinzione [sopra esposta]. «Token» è il segno concretamente espresso in una situazione … in parte per l’irreversibilità del tempo, in parte per l’imprevedibilità dei contesti discorsivi che si succedono, esso non ritornerà mai identicamente. Per dominarlo scientificamente dev’essere idealizzato … in un «tipo linguistico universale» … resistente alla ripetizione.

Dunque, il tipo costituisce il concetto universale, il segno generalissimo che può poi essere adoperato un’infinità di volte nel parlare concreto; il token è invece una specifica applicazione di un tipo, di un segno. La distinzione non sembrerebbe fare problema. Ma, se è così, allora ogni specifico segno, essendo dedotto da un tipo universale dotato di significato, dovrebbe significare sempre la stessa cosa ad ogni sua applicazione concreta. La distinzione fra tipo e token sarebbe totalmente superflua. Ma è proprio qui che si innesta la finezza di Frank. Perché allora nessun parlante adopera mai i segni linguistici allo stesso modo di un altro? Perché allora nel dialogare sono continui i fraintendimenti se tutti gli interlocutori condividono il medesimo vocabolario semantico che è detto codice? Evidentemente perché occorre tenere a mente la libertà dell’individuo.

2. Interpretazione e variabilità semantica nell’uso dei segni

Nonostante la convenzione stabilisca i significati per i segni di una lingua, questa azione normativa non è mai vincolante in modo rigido. Ciò è dovuto al fatto che ogni individuo percepisce il mondo in un modo peculiare e, nonostante il linguaggio ci provi, con la stessa peculiarità irripetibile ne parla e comunica la propria visione. In parole povere, la convenzione semantica non è sufficiente ad arginare l’interpretazione che sta alla base dell’applicazione di qualsiasi segno. Ma forse il discorso risulterà più chiaro attraverso un esempio situazionale. La parola «forte» è un tipo linguistico, ci sembra chiaro che cosa significhi e che tutti i parlanti italiani concordino con la nostra attribuzione, eppure nel momento in cui esplicitiamo il suo significato attraverso la sua applicazione in un dialogare concreto ci rendiamo conto che ognuno applica quel segno in un modo unico e subito siamo irretiti dallo spettro dell’equivoco. Questo è proprio ciò che accade nel passaggio al token. Ricordo che, confrontandomi anni fa con il mio relatore di tesi a proposito della lettura di un testo gli espressi la seguente opinione: «Trovo che si tratti di un saggio davvero forte», a ciò egli rispose: «Assolutamente, è un autore capace di uno stile estremamente impattante, tutt’altro che sobrio, fece scalpore quando fu pubblicato». La cosa divertente è la seguente: io avevo impiegato il segno (tipo) «forte» con il significato, come token, di «molto bello e interessante!», mentre il mio esperto interlocutore, abituato all’eleganza semantica tipica del contesto, aveva decodificato quell’applicazione del tipo di riferimento come il token seguente: «di grande effetto espressivo». Il tipo era lo stesso, ma la sua applicazione era stata semanticamente del tutto fraintesa. Questo esempio dimostra una cosa fondamentale. Se il tipo universale cambia significato ad ogni applicazione e per ciascuno degli utilizzatori, che siano parlanti o bersagli dell’informazione, allora non è esso la fonte del significato dei tokens, altrimenti quelli risulterebbero sempre identici, “resistenti alla ripetizione”, nel gergo di Frank.

Ma, se è così, ci troviamo di fronte a due conseguenze.

  1. La convenzione è un mero ideale regolativo, utile a mitigare il più possibile gli equivoci (nessuno nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali userebbe il tipo «forte» per dire di un gatto, invece che «questo è un gatto», «questo è un forte») ma incapace di esaurire la ricchezza delle interpretazioni applicative di un segno.
  2. I tipi linguistici, essendo potenzialmente adoperabili ogni volta con una sfumatura semantica differente, non hanno di per sé affatto significato, come per lungo tempo ha voluto la teoria corrispondentista e ancora crede il senso comune, ma significano qualcosa soltanto quando adoperati. Gli universali non esisterebbero se non come duttili orizzonti linguistici, requisito minimo della comprensione interpersonale certo, ma insufficienti ad esaurire la lingua, sempre diversa.

Manfred Frank ha espresso ottimamente quanto è stato esposto come segue:

La combinatoria che gli è propria [del token individuale] può essere ricondotta a regole [i tipi universali come orizzonte largo di senso] solo retrospettivamente, mentre prospettivamente, ossia muovendo dal sistema-linguaggio [l’insieme dei tipi] non è anticipabile. Viene qui alla luce la libertà dell’essere umano, libertà che, a livello elementare, si manifesta nell’imprevedibilità dell’interpretazione. In qual modo io intenda questa o quella cosa non è determinato dall’oggetto, né consegue dal concetto…

3. Il linguaggio dell’intelligenza artificiale

Grazie a queste considerazioni non può non tornare alla mente la lucidità delle analisi di Friedrich Schleiermacher, eminente ermeneuta, il quale concluse che la lingua è tutta un’interpretazione. Emerge allora come il linguaggio possa essere letto come vera e propria manifestazione insindacabile della libertà dell’essere umano, e la stessa libertà di parola occorre in una radicalizzazione: essa non starebbe più semplicemente per il riconoscimento della varietà di opinioni e della loro eguale dignità, bensì per il ben più primitivo riconoscimento dell’insindacabile potere semantico del singolo parlante, senza il quale i segni del codice resterebbero meri tratti grafici.

Ora ci si potrebbe domandare: tutto ciò come riguarda la nostra comprensione del complesso oggetto di studio della presente rivista?

L’intelligenza artificiale parla, e lo fa adoperando i nostri stessi codici, i nostri stessi linguaggi. Questo significa che, proprio come qualsiasi parlante umano di una comunità comunicativa, ha accesso a quell’ideale regolativo che è l’insieme dei tipi linguistici universali. Noi l’abbiamo appreso per l’istruzione e l’esperienza vissuta, quella per addestramento. Sembrerebbe logico chiedersi: come usa il linguaggio l’intelligenza artificiale? Se infatti assumiamo la posizione di Sartre, condivisa ed ottimamente esposta dal saggio di Frank, secondo cui lo stile è il linguaggio, ricordando che qui con stile si intende il modo in cui un parlante rende intelligibili ai propri interlocutori – cercando di scongiurare il più possibile gli inevitabili equivoci dovuti ad uno scontro continuo tra interpretazioni – le proprie modalità d’intesa e applicazione dei tipi del proprio codice come tokens, allora diventa necessario verificare se anche l’intelligenza artificiale parli, se abbia uno stile, o se piuttosto codifichi solamente tipi sempre uguali, resistenti alla ripetizione. In questo secondo caso avremmo individuato una prima netta ed insormontabile linea di separazione tra IA e soggetto, che mi aveva già impegnato, concludendosi in momentanea aporia, nel mio primo articolo per MagIA.

Interrogando direttamente Gemini, è emerso come i sistemi di intelligenza artificiale, sorprendentemente, adoperino il linguaggio in un modo simile al nostro, secondo la descrizione avanzata da Manfred Frank. L’IA, non possedendo un’esperienza diretta della realtà fisica, non può attribuire i significati sulla base del riferimento agli oggetti o stati di cose ma attiva connessioni probabilistiche con tipi affini. Alla luce di ciò nessun tipo ha in sé un significato preciso, ma ce l’ha solo in relazione ad altri tipi, in questo modo l’IA si trova a lavorare con segni di per sé non significanti proprio come noi. Inoltre, anche l’intelligenza artificiale si dimostra attenta ad evitare i fraintendimenti della comunicazione, a riprova della consapevolezza della fondazione stilistica della lingua e dell’imprevedibilità dei tokens. Gemini mi ha spiegato, ad esempio, che risolve le ambiguità semantiche confrontando i tokens tra loro, esattamente come noi, non potendo affidarci alla sola convenzione non vincolante del codice di riferimento, siamo costretti ad attingere al contesto, anche non verbale, per decifrare la specifica attribuzione di senso ad un tipo fatta da un interlocutore. Non avendo l’IA accesso al non verbale, l’unico contesto che può adoperare sono i tokens che circondano il suo oggetto d’analisi, un altro token.

Insomma, mondi linguistici differenti ma sorprendenti affinità applicative inducono a concludere che nemmeno la filosofia del linguaggio e la logica ci offrano una netta linea di demarcazione tra l’umano e l’IA. A modesto avviso di chi scrive, la lingua rappresenta un campo fondamentale per avanzare nella comprensione di questi sofisticati sistemi, come ha cercato di dimostrare questo articolo.  

PER APPROFONDIRE: Manfred Frank, Lo stile in filosofia, Il Saggiatore, Milano 1994.  

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).

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