Il medico californiano Robert Pearl replica su The Guardian a un editoriale particolarmente critico di Eric Reinhart, psichiatra e antropologo, a proposito del rischio di erosione della dimensione relazionale della cura medica causata dall’adozione di strumenti di IA generativa.
Le preoccupazioni di Reinhart: l’erosione della dimensione relazionale della cura
Reinhart sostiene che il problema non è la tecnologia in sé ma il contesto in cui viene implementata, ovvero un sistema sanitario statunitense orientato al profitto che trasforma ogni guadagno di efficienza in opportunità per aumentare produttività e ricavi, anziché liberare tempo per l’ascolto. L’esperto argomenta inoltre che l’IA incorpora bias sistemici esistenti, facilita la sorveglianza di massa e il controllo dei dati da parte di poche corporation tecnologiche, e rischia di causare deskilling clinico nei medici. La sua tesi centrale è che la cura autentica non può essere ridotta a un problema computazionale, ma richiede presenza, ascolto e riconoscimento dell’altro come persona, dimensioni che l’automazione minaccia di cancellare.
La risposta di Pearl: rifiutare l’IA generativa potrebbe danneggiare i pazienti
Nella sua risposta, Pearl riconosce i rischi dell’adozione di nuove tecnologie in un sistema sanitario orientato al profitto e con tempi limitati, ma invita a contestualizzare queste preoccupazioni rispetto ai problemi attuali. Negli Stati Uniti, sostiene, 400.000 persone muoiono ogni anno per diagnosi errate e altre 250.000 per errori medici evitabili, mentre chi soffre di patologie croniche viene visitato ogni quattro-sei mesi senza monitoraggio intermedio.
Secondo Pearl, gli strumenti generativi possono offrire supporto tempestivo ai pazienti e allertare i clinici di eventuali segnali precoci di peggioramento, per intervenire prima che si verifichino danni irreversibili. Non sostituirebbero i medici, ma colmerebbero le lacune di un sistema sovraccarico. Rifiutare la genAI non rappresenterebbe dunque una strategia prudente, poichè significherebbe lasciare irrisolti problemi già gravi. La via più promettente, nella sua visione, è l’integrazione tra competenze cliniche, partecipazione dei pazienti e strumenti algoritmici.
Leggi gli articoli completi su The Guardian:
- What we lose when we surrender care to algorithms
- Rejecting generative AI in healthcare won’t protect patients – it will harm them
Immagine generata tramite DALL-E. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (07/05/2025).

