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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Intelligenza artificiale generativa e salute: nuovo dottor Google o alleato nella relazione di cura?

Medicina Generale e IA

L’annuncio dell’arrivo di chatbot dedicati a sintomi, patologie e percorsi di cura per i cittadini come recentemente annunciato da Antrophic (Claude) e OpenAI (ChatGPT) ha sollevato interesse, ma ha anche riattivato una reazione ormai familiare: “ci risiamo, un nuovo dottor Google”.

1. Dal “dottor Google” alla cura triadica

Il paragone è comprensibile, ma rischia di essere fuorviante. Motori di ricerca tradizionali come Google forniscono informazione sotto forma di indicazione di fonti bibliografiche, una specie di bibliografia guidata, che poi deve essere letta e verificata; le risposte sono poi per lo più generiche e decontestualizzate. I modelli generativi Large Language Models (LLM) invece non sono semplici strumenti informativi, come la ricerca sul web, ma sistemi che producono spiegazioni sintetiche e “ragionamenti” in linguaggio naturale, spesso non completamente verificabili.

Non si limitano a rispondere a una domanda, ma dialogano, entrano nel ragionamento, suggeriscono scelte argomentandole e orientano decisioni. In altre parole, non restano fuori dalla relazione di cura, ma vi entrano come un terzo attore. Questo fatto sposta la consultazione da uno scambio di informazioni a un confrontodi interpretazioni, utilizzando un nuovo assetto relazionale in cui dialogano il medico, il paziente e l’intelligenza artificiale (IA), per questo alcuni studiosi parlano di “triadic care”. È qui che la questione smette di essere tecnologica e diventa soprattutto clinica e relazionale.

2. Il vero nodo: cosa cambia nella relazione di cura

La domanda non è se l’IA migliorerà o peggiorerà la medicina, né se sostituirà i medici. La vera domanda è più scomoda: che cosa accade alla relazione di cura quando il medico e il paziente non sono preparati a condividere la regia con uno strumento così potente?

Sta avvenendo un cambiamento strutturale che riguarda il ruolo delle professioni scientifiche in generale. L’IA esiste, il suo utilizzo cresce indipendentemente dal dibattito pubblico e, in parte, è già utilizzata anche dai pazienti, come strumento quotidiano a cui fare domande. In questo scenario stanno cambiando, ciascuno con i propri tempi, i professionisti (nei riferimenti bioetici, nella sostenibilità del ruolo, nella visione identitaria della professione), stanno cambiando i pazienti (aspettative, convinzioni, paure), e soprattutto sta cambiando la relazione di cura. Questo cambiamento è, a nostro avviso, irreversibile e non dipende dalla volontà dei singoli attori.

Il vero nodo per la Medicina Generale non è quindi se il cambiamento avverrà, ma se – in termini di obiettivi, responsabilità, ruolo ed esiti di salute – questo processo porterà a un miglioramento o a un peggioramento. Crediamo che la risposta dipenda molto da dove si parte: l’idea di una IA con una funzione educativa, rivolta sia ai medici sia ai pazienti, ci sembra cruciale. Una IA che aiuti ad apprendere che cosa chiedere all’altro, con maggiore consapevolezza di ciò che è realmente utile e pertinente per la salute. Questo potrebbe diventare un vero tema di equità e di salute pubblica, oggi ancora poco esplorato.

Ma qual è il rapporto tra IA e relazione di cura? È un supporto adattativo? È un elemento generativo di nuove forme relazionali? Probabilmente è entrambe le cose.

Crediamo infatti che le differenze di posizionamento degli esseri umani –  medici e pazienti —, autocritici o autoreferenziali, più o meno permeabili all’innovazione, fiduciosi o sfiduciati di fronte all’AI, siano il punto di partenza. Le differenze di opinione, se autogovernate, rappresentano uno stimolo utile e possono migliorare il percorso strada facendo; contemporaneamente, la relazione di cura va forse pensata come un processo che, nel tempo tende a generare esiti positivi, più che come una variabile neutra o accessoria.

Quando parliamo di “IA generativa” non intendiamo un singolo strumento tecnologico immutabile, ma molti applicativi in continua evoluzione, realizzati da più aziende; se l’IA sarà un veleno o una medicina per la relazione di cura, dipenderà dall’ambiente relazionale in cui verrà inserita, come appunto accade alla genetica nel rapporto con l’epigenetica.Il punto non è l’innovazione tecnologica, ma l’ecosistema di cura che questa tecnologia va a influenzare.

Oggi la medicina attraversa una crisi paradossale: mentre raggiunge vette di specializzazione e precisione scientifica senza precedenti, nel rapporto tra medico e paziente si registrano una diffusa insoddisfazione e una conflittualità crescente.

Per comprendere l’impatto dell’IA dobbiamo prendere in prestito un concetto dalla biologia: l’epigenetica. Così come l’ambiente può modulare l’espressione dei nostri geni senza mutare il DNA, allo stesso modo l’ambiente relazionale in cui viene adottata l’IA ne determinerà la funzione finale.

Se l’IA sarà inserita in una relazione verticale e burocratica, diventerà un veleno che alimenta il conflitto e l’autodiagnosi compulsiva. Se invece verrà coltivata all’interno di una relazione di cura fiduciaria, potrà trasformarsi in una medicina capace di rigenerare il tempo clinico. Sarà la qualità della relazione medico-paziente a determinare la funzione dell’IA.

3. IA come co-pilota del MMG: condizioni e competenze

Il timore della de-umanizzazione è legittimo, ma nasce da un equivoco: considerare l’IA un “concorrente” cognitivo del medico o un segretario intelligente. Nella Medicina Generale, l’IA dovrebbe essere vista piuttosto come un co-pilota.

Ma perché proprio il Medico di Medicina Generale (MMG)? Perché in un’epoca di iperspecializzazione è rimasto l’unico “specialista della relazione di cura”, capace di accompagnare nel tempo il paziente complesso, quello con malattia cronica o con più patologie concomitanti. L’IA può liberare il medico dalla logica puramente prestazionale, quella che riduce l’incontro a una procedura, offrendo sintesi rapide e analisi dei dati che restituiscono al clinico lo spazio per l’ascolto e l’interpretazione del vissuto dei pazienti.

In questa nuova orizzontalità, la cura diventa un copione scritto a quattro mani. L’IA agisce come un catalizzatore di consapevolezza per entrambi gli attori:

  • per il paziente, promuove un enablement reale, riconoscendone l’esperienza della sua malattia e aiutandolo a comprendere la propria cronicità senza scivolare nel conflitto;
  • per il medico, funge da “specchio socratico”, aiutandolo a mantenere la rotta del progetto di cura personalizzato e a identificare i punti ciechi della relazione.

Questo passaggio non è automatico è una sfida formativa, richiede che l’Università inizi a formare medici esperti anche della nuova complessità relazionale: Il MMG del futuro non è colui che sa tutto, ma colui che sa anche governare la partecipazione digitale alla cura, impedendo che il co-pilota tecnologico prenda il comando a scapito della componente umana.

L’IA non è un’enciclopedia, ma può essere considerata come un interlocutore. Quindi tutto dipende dal fine con cui la utilizziamo: per questo dobbiamo avere le competenze per usarla e puntare in alto, senza accontentarci, imponendo vincoli e “mettendola sotto stress”. Piuttosto che porre il falso dilemma “IA sì – IA no”, il vero tema è esplicitare “IA come”. In altre parole: un punto spesso sottovalutato non è l’IA che risponde male (e succede) ma come la stimoliamo. Se l’IA è uno specchio cognitivo, il vero punto da guardare bene siamo noi.

Riferimento

Navarro DF, Lewis M, Blease C, Shah R, Riggare S, Delacroix S, et al. Generative AI and the changing dynamics of clinical consultations. BMJ. 2025 Nov 18;391.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).

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