Quando abbiamo iniziato ad essere la società della solitudine? Sebbene la solitudine autoimposta sia diventata la nuova normalità, questa tendenza non è recente ma risale almeno alla metà degli anni 60, con l’introduzione di due tecnologie: l’automobile e la televisione.
Il lavoro da casa, i servizi di streaming, la possibilità di acquistare tutto online e la possibilità di dibattere sui social anche di questioni politiche hanno trasformato le nostre case in piccoli rifugi da non abbandonare mai. Le case stesse sembrano progettate per l’isolamento, con stanze dedicate agli schermi. Come spesso accade, i giovani sono quelli che ci perdono di più. L’isolamento precoce, dovuto anche alla pandemia da CoVid-19, danneggia lo sviluppo e aumenta la possibilità di sviluppare disturbi psichici come ansia e depressione. Passare tutto quel tempo dentro quattro mura è associato a un calo della felicità generale e questa è una certezza anche scientifica. Ad acuire l’isolamento potrebbero essere anche i nuovi progressi nell’ambito delle Intelligenze Artificiali conversazionali, chatbot sempre più avanzati e piattaforme come Character.ai sono super popolari.
In questo caso, come in molti altri, la via d’uscita parrebbe essere quella di reinvestire negli spazi sociali che favoriscano la socializzazione: biblioteche, palestre, piscine, tutto ciò che ci spinge al contatto. Parallelamente potremmo iniziare ad utilizzare la tecnologia in modo più affine ai valori comunitari, scegliendo solo le innovazioni che ci avvicinano invece di isolarci. Il contatto umano e lo scambio di idee dovrebbero rimanere alla base delle nostre società.
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Immagine generata con DALL-E3

