Adorno e Horkheimer, nella loro opera Dialectic of Enlightenment (del 1947), hanno fatto un’analisi della “cultura di massa”, in cui denunciavano l’“industria culturale”, definendola un meccanismo di controllo sociale, in cui i mass media imponevano narrazioni ripetitive per rendere il pubblico passivo e conformista. Oggi, il meccanismo si è evoluto con l’avvento dei social media e dei loro algoritmi di raccomandazione personalizzati, che creano un’esperienza ancora più immersiva e passiva.
A differenza dei media del passato, che offrivano un’esperienza collettiva e mediata da redazioni, i social network si basano su contenuti generati da utenti, creando un conformismo strutturale. Infatti, i social non impongono messaggi dall’alto, ma strutturano il conformismo all’interno del loro stesso funzionamento. Il sistema di metriche basato su visualizzazioni, like e follower incentiva gli utenti a produrre sempre più contenuti per ottenere visibilità e accettazione sociale.
La fruizione continua e frammentata, invece, porta a uno stato di influsso tale per cui la capacità critica si riduce ulteriormente. Scorrere su TikTok, ad esempio, è un’attività più passiva rispetto al guardare un film. Infatti, l’algoritmo costruisce un flusso ininterrotto di stimoli, mescolando pubblicità, tendenze virali e contenuti generati dagli utenti, rendendo difficile distinguere tra informazione e intrattenimento.
Con milioni di utenti immersi in questo flusso costante, evitare l’influenza dello “sguardo algoritmico” diventa sempre più difficile.
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Immagine generata tramite DALL-E 3.

