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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Intelligenza Artificiale e ‘redenzione’: il progetto transumanista e post-umanista come soteriologia alternativa

Transumanesimo

1. Introduzione: la questione della struttura soteriologica

Le correnti transumaniste e post-umaniste nella loro declinazione del ruolo dell’Intelligenza Artificiale configurano implicitamente una soteriologia alternativa a quella cristiana. Attraverso un approccio interdisciplinare che intreccia teologia sistematica, filosofia della religione e antropologia culturale, si esamina la struttura profonda del discorso transumanista, rivelando come le categorie operative di immortalità computazionale, superamento della finitezza biologica e ottimizzazione indefinita della coscienza costituiscano varianti immanentiste delle categorie teologiche di redenzione, escatologia e theosis.

Il transumanesimo e il post-umanesimo rappresentano due articolazioni concettualmente distinte ma convergenti nell’identificare nell’Intelligenza Artificiale il vettore privilegiato di una trasformazione radicale della condizione umana.[1] Il transumanesimo, nella sua formulazione più sistematica, propugna il superamento dei limiti biologici dell’homo Sapiens mediante tecnologie emergenti – editing genomico, brain-computer interfaces, caricamento mentale (mind uploading), intelligenza artificiale generale – nell’orizzonte di un’umanità potenziata o persino sostituita da entità post-biologiche.[2] Il post-umanesimo critico, pur mantenendo una postura più riflessiva rispetto all’entusiasmo tecno-utopico transumanista, condivide la premessa fondamentale: la categoria di «umano» è storicamente contingente, culturalmente costruita e tecnologicamente modificabile.[3]

La fascinazione transumanista e post-umanista ha colonizzato problematicamente anche alcune espressioni del pensiero sedicente cattolico, che ingenuamente cade in un’antropomorfizzazione degli agenti digitali robotici e in un preoccupante riduzionismo antropologico. Si accosta inopinatamente il digitale alla trascendenza. La “sindrome di Babele”, documentata articolatamente da Papa Leone XIV nell’enciclica Magnifica Humanitas, scoraggia ogni tentativo di dare consistenza metafisica, filosofica e teologica alla ‘rivoluzione digitale’. L’homo technologicus non è il precursore dell’homo spiritualis, anzi è il falso Theios anér; non c’è una reincarnazione digitale, né esiste un paradiso digitale, gli agenti digitali non hanno ‘coscienza umana’, non peccano, perché papa Leone ci ricorda che l’IA è un ‘artefatto tecnico’ progettato da persone umane  (homo Sapiens) (MH n. 104).

La tesi che si intende sostenere in questa sede è di natura strutturale, non meramente analogica: il progetto transumanista non si limita a impiegare metafore religiose per descrivere obiettivi tecnici, ma riproduce – traducendola in registro immanente – la struttura formale della soteriologia cristiana. Questa surrogazione non è casuale né superficiale: emerge da una comune radice nell’esperienza antropologica della finitezza, del dolore e del desiderio di compimento che la tradizione agostiniana ha designato come inquietudo cordis.[4]

2. Antropologia della finitezza: il problema comune

Sia la teologia cristiana sia il progetto transumanista muovono da un medesimo dato antropologico fondamentale: l’essere umano è un ente che eccede sé stesso nel desiderio. Agostino lo enuncia con insuperata concisione nelle Confessioni: l’uomo è fatto «per» Dio, e questa relazionalità originaria si manifesta come strutturale insufficienza di ogni oggetto finito a saziare il desiderio. Tommaso d’Aquino, radicalizzando questa intuizione in chiave metafisica, sosterrà che felicitas perfecta non è conseguibile da alcuna realtà creata, ma solo dalla visione dell’essenza divina.[5]

Il transumanesimo intercetta la medesima struttura antropologica, ma la reinterpreta entro un orizzonte esclusivamente immanente. Il disagio della finitezza – malattia, invecchiamento, morte, limitazioni cognitive – non viene letto come condizione di una creatura relazionalmente orientata a un compimento trascendente, ma come problema tecnico irrisolto. Jürgen Habermas ha mostrato come questa inversione comporti una mutazione profonda della comprensione etica della natura umana: trasformare i limiti costitutivi in difetti contingenti eliminabili significa alterare il fondamento normativo su cui si costruisce la simmetria tra le generazioni e il riconoscimento intersoggettivo.[6]

Ciò che accomuna teologia e transumanesimo è dunque la diagnosi: l’uomo non coincide con ciò che è dato empiricamente, porta in sé un’eccedenza costitutiva, che protende verso ciò che non ancora è. Ciò che li divide è la risposta: per la teologia cristiana, questa eccedenza è vocazione che trova risposta in un Altro che viene incontro; per il transumanesimo, è disfunzione che trova soluzione in una potenza prodotta dall’uomo stesso.

3. La struttura soteriologica del transumanesimo: omologie fondamentali

Un’analisi comparativa delle categorie operative del discorso transumanista e delle categorie della soteriologia cristiana rivela una corrispondenza strutturale che non può essere liquidata come semplice imprestito metaforico. Si considerino le seguenti omologie fondamentali.

a) Peccato originale/Limite biologico. La teologia cristiana identifica nel peccato originale la condizione da cui l’umanità necessita di redenzione: una ferita ontologica che compromette l’orientamento dell’uomo verso il suo fine autentico. Il transumanesimo opera una traslazione strutturalmente analoga: il «difetto» da cui l’umanità deve essere riscattata è il substrato biologico stesso – il DNA soggetto a mutazioni, il cervello limitato nella capacità computazionale, il corpo destinato all’entropia. La bioingegneria evolutiva occupa, nella grammatica transumanista, il posto strutturale del peccato originale: condizione data, non scelta, che tuttavia vincola e limita la realizzazione del soggetto.

b) Redenzione/Potenziamento tecnologico. Cristo è, nella teologia cristiana, il Redentore che assume la condizione umana per trasformarla dall’interno. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione pastorale Gaudium et Spes (n. 22), afferma che Cristo «rivela pienamente l’uomo all’uomo» manifestando la vocazione più alta della creatura.[7] Nel discorso transumanista, il ruolo soteriologico è svolto dall’Intelligenza Artificiale Generale: entità che supera i limiti dell’intelligenza biologica e apre all’umanità un nuovo orizzonte di possibilità cognitive, morali ed esistenziali. La IA non è strumento ma agente di trasformazione – esattamente come Cristo non è strumento, ma soggetto della redenzione.

c) Escatologia/Singolarità tecnologica. La teologia cristiana orienta il tempo verso un telos trascendente: la parusia, la risurrezione dei morti, la vita del mondo che viene – un futuro qualitativamente incommensurabile con il presente. Kurzweil propone la «Singolarità» come equivalente immanente di questo orizzonte escatologico: un punto di svolta nella storia in cui l’Intelligenza Artificiale supera quella biologica, aprendo un futuro strutturalmente discontinuo con il passato e non più predicibile nei suoi contenuti.[8] La Singolarità è, nella struttura narrativa transumanista, un evento-soglia che divide un «prima» da un «dopo» assolutamente eterogenei – esattamente come l’escatologia cristiana descrive la discontinuità tra il mondo presente e il Regno che viene.

d) Theosis/Immortalità computazionale. La tradizione teologica orientale elabora la categoria di theosis – deificazione – come partecipazione alla vita divina che l’uomo è chiamato a raggiungere: «Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio» (Atanasio di Alessandria). Il mind uploading – la trasposizione della coscienza individuale su substrato digitale – propone un’immortalità computazionale che riproduce la struttura della theosis, privandola della sua dimensione relazionale e trascendente: non partecipazione alla vita di un Altro che eleva, ma auto-perpetuazione indefinita dell’identico che si preserva.

4. La critica teologica: redenzione versus ottimizzazione

Joseph Ratzinger, nell’enciclica Spe Salvi (2007), offre uno strumento ermeneutico di straordinaria pertinenza. Egli identifica nella modernità una serie di «soteriologie immanentiste» – da Francesco Bacone a Karl Marx – che condividono la struttura formale della speranza teologale pur evacuandola del suo contenuto trascendente. Il denominatore comune è la «fede nel progresso» come salvezza intratemporale: la convinzione che il futuro consegni ciò che il presente nega.[9] Il progetto transumanista si inscrive perfettamente in questa genealogia, radicalizzandola: non più il progresso della società come collettivo storico (Marx), ma il potenziamento indefinito del soggetto individuale come unità computazionale.

La differenza strutturale tra la redenzione cristiana e la soteriologia transumanista non risiede soltanto nel riferimento o meno a una realtà trascendente. Risiede più radicalmente nella concezione del soggetto da salvare. La cristologia afferma che Cristo redime l’uomo assumendo la sua condizione: vulnerabilità, mortalità, dolore. L’Incarnazione è il paradigma di una salvezza che non elimina la finitezza, ma la attraversa e la trasforma dall’interno. Il transumanesimo, per contro, propone una salvezza mediante l’eliminazione della finitezza: non la trasfigurazione del corpo, ma la sua sostituzione; non la redenzione della mortalità, ma la sua soppressione tecnica. Martha Nussbaum ha mostrato, sul piano filosofico laico, come questa eliminazione della vulnerabilità costituirebbe non un progresso della condizione umana, ma la sua dissoluzione, poiché la capacità morale e la vita delle emozioni sono strutturalmente dipendenti dalla fragilità del soggetto incarnato.[10]

Sul piano strettamente antropologico-teologico, emerge una seconda differenza fondamentale: la redenzione cristiana è di natura relazionale. Non è l’ottimizzazione di una sostanza isolata, ma il ripristino di una relazione – tra l’uomo e Dio, tra l’uomo e i fratelli, tra l’uomo e il cosmo. La soteriologia transumanista è invece strutturalmente individualistica: il mind uploading, l’enhancement cognitivo, l’estensione indefinita della vita individuale – sono tutte soluzioni che riguardano il singolo soggetto come unità ottimizzabile, non la comunità come soggetto di redenzione. Il peccato, nella teologia cristiana, è rottura di comunione; la redenzione è la sua restaurazione. Il «difetto» transumanista è individuale, come la sua «soluzione». Questa differenza non è accessoria: rivela che il transumanesimo opera entro una concezione monadologica del soggetto, incapace di tematizzare adeguatamente la dimensione relazionale e comunitaria dell’esistenza umana.

5. Verso un discernimento: tecnologia come strumento, non come surrogato

La tesi fin qui sviluppata non implica un rifiuto della tecnologia né una condanna dell’Intelligenza Artificiale in quanto tale. Implica piuttosto la necessità di un discernimento dei presupposti antropologici che orientano lo sviluppo tecnologico. Come ha chiarito l’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV sull’Intelligenza Artificiale, la distinzione decisiva non è tra tecnologia e non-tecnologia, ma tra un uso strumentale della IA – al servizio della persona nella sua integralità – e un uso sostitutivo che pretende di ridefinire la persona stessa.[11]

Il rischio che questa analisi intende segnalare è dunque di natura ermeneutica: consiste nell’adozione inconsapevole di una grammatica soteriologica che orienta la comprensione della tecnologia verso fini che trascendono – nel senso letterale del termine – la sua pertinenza. Quando l’Intelligenza Artificiale viene concepita come soluzione al problema della mortalità, al problema del dolore, al problema della limitazione cognitiva come tale, si compie uno spostamento dall’ordine tecnico all’ordine teologico: si risponde con strumenti ingegneristici a domande che appartengono strutturalmente alla sfera del senso e della salvezza. Questo spostamento non è innocuo: produce una comprensione distorta sia della tecnologia – sovraccaricata di aspettative che non può soddisfare – sia della questione antropologica, che viene ridotta a problema tecnico e quindi fraintesa nella sua radice.

6. Conclusioni

L’analisi svolta consente di formulare alcune conclusioni sistematiche. In primo luogo, il progetto transumanista e post-umanista non è semplicemente un programma tecnico-scientifico: è una proposta di significato totale che risponde alle medesime domande a cui risponde la teologia cristiana – il dolore, la morte, il limite, il desiderio di compimento. In secondo luogo, la struttura formale di questa risposta è soteriologica: riproduce le categorie di peccato originale, redenzione, escatologia e theosis in registro immanente e tecnologico. In terzo luogo, questa surrogazione è strutturalmente inadeguata, perché fraintende sia la natura del «problema» – che non è biologico ma relazionale-ontologico – sia la natura della «soluzione» – che non può essere tecnica, ma deve essere personale, cioè mediata da una Persona che trasforma la condizione umana non eliminandola ma assumendola.

Il compito che si apre per la teologia e per la filosofia della religione nel contesto del dibattito sull’Intelligenza Artificiale non è difensivo ma propositivo: rendere esplicita la grammatica antropologica che sottende il discorso transumanista per consentire una valutazione critica consapevole, e al contempo articolare con rinnovato rigore la proposta cristiana – non come concorrente sul medesimo piano della tecnologia, ma come risposta che abita un ordine diverso: quello della grazia, della relazione e del dono, che nessuna ingegneria può produrre né sostituire.

Riferimenti bibliografici

AGOSTINO DI IPPONA, Confessioni, a cura di M. Simonetti, Mondadori, Milano 2012.

Bostrom N., «The Transhumanist FAQ: A General Introduction», World Transhumanist Association, 2003.

Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, in AAS 58 (1966), 1025-1115.

Habermas J., Il futuro della natura umana, Einaudi, Torino 2002 [orig. tedesco 2001].

Harari Y. N., Homo Deus: A Brief History of Tomorrow, Harvill Secker, London 2015.

Hayles N. K., How We Became Posthuman. Virtual Bodies in Cybernetics, Literature, and Informatics, University of Chicago Press, Chicago 1999.

Kurzweil R., The Singularity Is Near, Viking, New York 2005.

Nussbaum M., Upheavals of Thought: The Intelligence of Emotions, Cambridge University Press, Cambridge 2001.

LEONE XIV, Lettera Enciclica Magnifica Humanitas, sulla custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza Artificiale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2026.

Ratzinger J. (Benedetto XVI), Spe Salvi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007.

Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2014.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).


[1] N. Bostrom, «The Transhumanist FAQ: A General Introduction», World Transhumanist Association, 2003, §1.1. Il termine «transumanesimo» designa il movimento intellettuale e culturale che afferma la possibilità e la desiderabilità di trasformare fondamentalmente la condizione umana attraverso l’applicazione della ragione, della scienza e della tecnologia.

[2] R. Kurzweil, The Singularity Is Near: When Humans Transcend Biology, Viking, New York 2005, pp. 299-300. Kurzweil proietta per il 2045 la «singolarità tecnologica», momento in cui l’Intelligenza Artificiale supererà definitivamente l’intelligenza biologica umana.

[3] Cf. N. K. Hayles, How We Became Posthuman: Virtual Bodies in Cybernetics, Literature, and Informatics, University of Chicago Press, Chicago 1999, 2-5. Il postumanesimo critico, a differenza del transumanesimo, non celebra acriticamente il potenziamento tecnologico, ma interroga le categorie stesse di «umano» e «soggetto».

[4] Agostino di Ippona, Confessioni, I, 1: «fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te» («ci hai fatti per te, e il nostro cuore è senza pace finché non riposa in te»).

[5] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 3, a. 8: «ultima et perfecta beatitudo non potest esse nisi in visione divinae essentiae» («L’ultima e perfetta beatitudine dell’uomo non può consistere se non nella visione dell’essenza divina»).

[6] J. Habermas, Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Einaudi, Torino 2002, 43-47 [orig. tedesco 2001]. Habermas critica l’eugenetica liberale in quanto lesiva dell’«eticità della specie» (Gattungsethik) e della simmetria tra le generazioni.

[7] Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, n. 22: «Christus […] hominem ipsi homini plene manifestat eique altissimam eius vocationem patefacit». Testo latino in Acta Apostolicae Sedis 58 (1966), 1042.

[8] Cf. Y. N. Harari, Homo Deus: A Brief History of Tomorrow, Harvill Secker, London 2015, 43-68. Harari identifica nel «progetto di immortalità», nel «progetto di felicità» e nel «progetto di divinità» i tre assi programmatici dell’agenda transumanista del XXI secolo.

[9] Cf. J. Ratzinger (Benedetto XVI), Spe Salvi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007, nn. 16-23. Ratzinger critica le soteriologie immanentiste moderne come varianti di una «fede nel progresso» strutturalmente analoga alla speranza teologale, ma priva del suo fondamento trascendente.

[10] Cf. M. Nussbaum, Upheavals of Thought: The Intelligence of Emotions, Cambridge University Press, Cambridge 2001, 19-21. La Nussbaum difende la vulnerabilità corporea come condizione necessaria – non difetto contingente – della vita morale e delle relazioni d’amore.

[11] Cf. LEONE XIV, Enciclica Magnifica Humanitas, sulla custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza Artificiale, Città del Vaticano 2026, nn. 85.115-117. Il documento distingue tra un uso strumentale della IA conforme alla dignità umana e un uso sostitutivo che ne deforma il senso.

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