Il concetto di intelligenza, da sempre al centro di un ampio dibattito filosofico e psicologico, è stato radicalmente riformulato dalla teoria dell’embodied cognition (la “cognizione incarnata”, vissuta tramite l’esperienza del proprio corpo nell’ambiente in cui interagisce), che ribalta la tradizionale separazione tra mente e corpo. Questa teoria, sviluppata nella seconda metà del novecento, sostiene che la cognizione non è limitata al cervello, bensì che emerge dall’interazione dinamica tra corpo, mente e ambiente. In questo paradigma, l’intelligenza è vista come un processo che coinvolge l’intero organismo, co-costruito attraverso esperienze sensoriali e motorie che si intrecciano con il mondo esterno.
La teoria dell’embodied cognition rifiuta la metafora della mente come un computer, proposta invece dalla scienza cognitiva classica, che separava le funzioni mentali dal corpo fisico. Al contrario, secondo questo approccio, il corpo gioca un ruolo centrale nel determinare i processi cognitivi, in quanto la mente è intesa come una relazione estesa e interattiva tra cervello, corpo e ambiente. Questo supera la dicotomia cartesiana tra mente e corpo, favorendo una visione della cognizione come una rete fluida e interconnessa.
L’ embodied cognition si distingue dall’ “intelligenza artificiale”, che pur evolvendo in modo impressionante, non ha la capacità di interagire in modo corporeo ed esperienziale con il mondo. Mentre i sistemi artificiali elaborano schemi computazionali e correlazioni statistiche, l’intelligenza umana è radicata in un’esperienza sensoriale e motoria vissuta nel corpo.
La sfida futura, infatti, risiede nell’affrontare il rapporto tra intelligenza biologica e artificiale, cercando di evitare di proiettare categorie umane su sistemi che non condividono la medesima esperienza incarnata del mondo.
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