L’AI prolifera nel mondo della musica, sollevando timori e preoccupazioni sul futuro dei musicisti e delle varie figure coinvolte nel settore.
L’intelligenza artificiale generativa è infatti alla base di app che consentono di creare musica attraverso dei prompt, quali Suno e Udio. Funzioni simili sono ormai disponibili anche sulle maggiori piattaforme di condivisione, come Youtube, TikTok e Meta.
Il dibattito non riguarda gli aspetti prettamente artistici o concettuali della musica prodotta con l’AI. A preoccupare gli esperti è piuttosto il riconoscimento del valore economico dell’arte e del lavoro umano, nonché le perplessità relative alle forze coinvolte in questa valutazione.
Non è la prima volta che il progresso tecnologico impatta in maniera dirompente i lavoratori del settore. L’industria musicale per come la conosciamo oggi è il risultato della stabilizzazione di precedenti cambiamenti, che a loro volta hanno reso obsolete intere categorie di addetti ai lavori. Tuttavia, nel caso dell’AI si tratta di una questione di scala e velocità con cui l’umano non può competere.
L’autore dell’articolo Matteo Wong sottolinea inoltre l’ingente quantità di risorse necessarie per la creazione e lo sviluppo delle AI generative. Ciò implica che la tecnologia da cui emergono faccia capo ad un numero ristretto di compagnie ben finanziate, tenute a rispondere solo ai loro investitori. In questo senso, la sostituzione del lavoro artistico umano con l’AI costituirebbe il trionfo di un oligopolio sulla società civile, nonchè un fallimento delle legislazioni e dell’economia.
Leggi l’articolo completo su The Atlantic: AI Can’t Make Music – But that doesn’t mean it poses an empty threat to musicians.
Immagine di Drew Patrick Miller su Unsplash

