Man mano che si sviluppa l’IA, crescono anche le persone che nutrono avversione nei confronti di questa tecnologia. Sembrerebbe che questo sentimento negativo verso l’IA nasca da un’ansia profonda che va oltre le preoccupazioni tecniche o economiche.
L’ingresso dell’IA in ambiti tradizionalmente umani, come la creatività, la scrittura e il ragionamento, infatti, sfida la percezione dell’unicità umana, generando un sentimento di disagio esistenziale. Le difficoltà nel distinguere tra una comprensione autentica e la sua simulazione convincente amplificano questo senso di smarrimento.
La filosofia digitale invita a distinguere tra intelligenza e agentività. L’IA, infatti, potrebbe non essere considerata come una forma di intelligenza simile a quella umana, ma come una nuova forma di agentività, che riguarda sistemi capaci di interagire, agire autonomamente e adattarsi, ma privi di coscienza, intenzionalità e comprensione reale. Per diversi studiosi (ma non per tutti) questi sistemi elaborano informazioni attraverso modelli statistici e riconoscimento di pattern, senza possedere consapevolezza o giudizio morale.
Questa distinzione rende più chiaro perché l’IA, pur generando risultati sorprendenti, presenta anche grossi errori e incoerenze. La sua efficacia non deriva da una vera intelligenza, ma da algoritmi che imitano il ragionamento umano.
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