Tra un bluesman che non è mai esistito e Iceman che recita da morto, benvenuti nell’entertainment nell’era dell’IA generativa.
C’è una teoria non scritta della storia dello spettacolo che dice: ogni volta che l’industria dell’intrattenimento trova un nuovo formato, lo sfrutta fino all’osso, poi lo butta e passa al successivo. Il vinile ha resistito trent’anni prima che la musicassetta gli portasse via il grande pubblico. La cassetta ha ceduto al CD. Il CD è sopravvissuto appena il tempo di farci sentire in colpa per tutti i masterizzati illegali, prima che l’MP3 ci liberasse anche da quel peso. E poi è arrivato lo streaming, che non ci ha venduto musica: ci ha venduto l’accesso alla musica, una cosa sottilmente ma profondamente diversa, come la differenza tra possedere un cane e affittarlo a ore. Ad ogni passaggio, qualcuno ha detto che era la fine della musica. E ad ogni passaggio, la musica è sopravvissuta, cambiata certo, più brutta secondo alcuni, democratizzata secondo altri, ma viva.
Bene. Stiamo per scoprire quanto fosse ottimista quella previsione.
Il bluesman che non ha mai pagato l’affitto
Si chiama Eddie Dalton. Ha i capelli bianchi, una voce che sembra uscire da un juke-box del Mississippi anni Sessanta e un’estetica visiva da copertina Atlantic Records d’annata. Il suo album d’esordio, The Years Between, ha scalato le classifiche iTunes fino alla terza posizione. Undici sue canzoni hanno occupato contemporaneamente posizioni nella Top 100. Another Day Old, il singolo più ascoltato, ha superato il milione e mezzo di visualizzazioni su YouTube.
Eddie Dalton non esiste.
Nessun soundcheck alle tre del pomeriggio in un locale semivuoto. Nessun contratto discografico con percentuali ridicole e diritti ceduti. Nessuna bottiglia di birra evitata per un soffio durante un concerto. Mai una notte finita sui sedili posteriori di una Oldsmobile Delta 88 con le molle rotte e l’aria condizionata morta dai tempi di Reagan. Nessuna deriva autodistruttiva trasformata in leggenda, nessun ritorno celebrato come rinascita. Nessuna lite con un produttore sul missaggio del basso. Nessuna discussione con un batterista sul tempo. Nessuna resa dei conti alle quattro del mattino davanti a una bottiglia di bourbon mezza vuota in una stanza d’albergo di Memphis. Insomma, niente di quello che rende il blues, il blues. Eppure è lì, in classifica. Che razza di bluesman è? Il tipo peggiore: quello di successo. È un personaggio generato dall’intelligenza artificiale, creato da un content creator americano di nome Dallas Little che gestisce una piccola etichetta che si chiama Crunchy Records, nome che da solo varrebbe un articolo a parte.
Il problema non è l’IA. Il problema siamo noi
Little si è difeso dalle accuse di inganno affermando che il progetto è “chiaramente etichettato come generato dall’IA”. Il che è tecnicamente vero, nello stesso senso in cui un’etichetta nutrizionale sul retro di un pacchetto di patatine è tecnicamente leggibile. La questione più interessante non è se Eddie Dalton abbia truffato qualcuno. È che i dati di Luminate mostrano undici posizioni nella Top 100 conquistate con appena 6.900 vendite reali. Settemila persone. Meno degli spettatori di una partita in casa del Torino in questi tempi di contestazione. Eppure l’algoritmo di iTunes ha amplificato quei numeri fino a renderli visibili a milioni di persone, confermando ciò che chiunque lavori nel marketing digitale sa già da anni: nelle piattaforme di streaming, non conta quante persone ti ascoltano davvero. Conta come giochi con il sistema di raccomandazione.

Nel frattempo, a Hollywood
Mentre Eddie Dalton scalava le classifiche senza l’ingombro di una chitarra, a Hollywood si perfezionava il sogno di ogni produttore: l’attore che non si lamenta del catering perché è morto. Val Kilmer ci ha salutati nell’aprile del 2025, ma la sua gola era già diventata un software nel 2016. In Top Gun: Maverick lo abbiamo sentito parlare tramite un algoritmo e nessuno ha sospettato nulla, prova definitiva che a Hollywood l’anima è un accessorio opzionale. Ora arriva As Deep as the Grave: Kilmer è il protagonista, recita, occupa lo schermo, ma non ha mai messo piede sul set. Gli eredi giurano che “avrebbe approvato”. Forse è vero. Forse no. Resta il fatto che, per uno studio cinematografico, quello del defunto è il ruolo perfetto: niente sessioni di trucco di tre ore, zero capricci sulla temperatura dell’evian e una puntualità d’oltretomba che riduce drasticamente i costi di assicurazione.
Iceman è tornato come un aggiornamento di Windows.
La grande convergenza
Dalton e Kilmer sono coinquilini nello stesso paradosso: il primo è un fantasma commerciale da laboratorio, il secondo un fantasma affettivo riesumato per il botteghino. Insieme mostrano che l’essere umano è ormai un’opzione facoltativa: talento ottimizzabile, emozioni ridotte a plugin, corpi che smettono di servire persino per morire. Se per l’algoritmo contano solo i clic, per noi, nel buio della stanza con le cuffiette alle orecchie, la risposta resta leggermente più complessa.
È la differenza che passa tra un bacio e la sua descrizione tecnica.
Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).

