I grandi nomi dell’intelligenza artificiale stanno correggendo la rotta. Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic e Mustafa Suleyman di Microsoft AI — presentati da Time come gli “architetti dell’IA” — avevano prefigurato scenari di sostituzione massiccia dei lavoratori, mentre adesso usano toni ben più cauti.
Altman è stato il primo a fare un passo indietro. A Sydney, a fine maggio, ha ammesso di essersi “un po’ sbagliato“: l’impatto dell’IA sui lavori junior è stato meno pesante del previsto e un'”apocalisse del lavoro” rimane improbabile. Ha raccontato anche di aver provato a delegare le sue email e i messaggi su Slack a un sistema IA, per poi tornare a scriverli di persona: la comunicazione interna richiede fiducia e tono personale, difficili da automatizzare davvero. Amodei, invece, aveva previsto la cancellazione di metà delle posizioni d’ingresso nei colletti bianchi entro cinque anni. Oggi sostiene che se l’IA automatizza il 90% di un lavoro, il restante 10% può diventare il nuovo cuore dell’attività umana. Suleyman, invece, ha precisato di aver parlato di “mansioni“, non di “lavori“: automatizzare singole operazioni non significa eliminare un intero ruolo professionale.
A spingere verso questa revisione contribuisce anche il malumore crescente. Secondo Gallup, l’entusiasmo della Gen Z verso l’IA è calato di 14 punti, mentre la rabbia è salita al 31%. Quasi la metà dei giovani lavoratori ritiene che i rischi superino i benefici, mentre per le aziende tech, presentare l’IA come una minaccia rischia di trasformarsi in un clamoroso autogol.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (13/05/2025).

