Si sta sempre più diffondendo una letteratura scientifica e divulgativa che tratteggia l’IA generativa come un’invenzione talmente importante da dover essere accomunata a quella della ruota, del motore a scoppio, dell’energia elettrica o della penicillina, vale a dire di quelle scoperte che hanno modificato la storia dell’umanità, proiettandola verso un futuro migliore. Gli autori che, in maniera entusiastica, ci parlano dei benefici effetti che questa tecnologia sta già apportando e sempre più apporterà alle nostre società, sostengono che ci renderà più produttivi, ci consentirà di esprimerci meglio in ogni ambito della nostra vita, anche in campo artistico, ci offrirà conforto quando ci sentiremo soli, ci fornirà consigli medici, ci seguirà nella nostra formazione, ci darà accesso alle più svariate informazioni, da quelle più voluttuarie a quelle necessarie per portare a termine con successo i compiti principali della nostra vita quotidiana. Inoltre, se lasceremo fare al libero mercato, senza imporre troppi vincoli ai pionieri che la stanno sviluppando, tutte queste meraviglie saranno rese disponibili a chiunque, a prezzi più che abbordabili.

Ma come ha più volte fatto notare Luciano Floridi, affinché l’intelligenza artificiale in generale, dunque anche quella generativa, possa funzionare al meglio, è necessario strutturare il nostro mondo per accoglierla: così come, per fare sì che un robot tosaerba possa svolgere il suo lavoro, è fondamentale rimuovere dal proprio giardino tutti gli oggetti che potrebbero intralciarlo, allo stesso modo noi dovremmo apprendere in anticipo le logiche del cosiddetto “prompting” (il linguaggio per comunicare con queste macchine “intelligenti” e azionarle al meglio), dovremmo lasciare che questi sistemi di IA si approprino di grandi quantità di dati che ci riguardano da vicino, per metterli in mano ai loro proprietari e chissà a chi altro, dovremmo consentire che essi apprendano il nostro stile comunicativo per riprodurlo, permettendo a chiunque di farlo, dovremmo generare molta più energia elettrica di quella che fino a oggi è stata necessaria per far funzionare internet e tutti gli strumenti di calcolo collegati in rete, dovremmo ridurre le nostre emissioni di anidride carbonica necessarie per svolgere altre attività, dato che i macchinari che operano per rendere operative queste intelligenze artificiali ne emettono moltissima. Insomma, visto che l’IA generativa non è affatto una magia, ma un dispositivo sociotecnico molto specifico, dovremmo farle spazio e adattarci.
A questo proposito, la domanda che ci poniamo nel nostro libro “Critica di ChatGpt” (2025) è molto semplice: perché dovremmo farlo? È proprio vero che questo genere di intelligenza artificiale, di cui ChatGpt è forse il primo prodotto di massa ci condurrà verso l’utopia di cui parlano in tanti? E intanto adesso come funziona? Quali problemi ci pone? Quali vantaggi ci garantisce davvero? A fronte di quali costi, individuali e collettivi? Qual è la realtà in cui essa viene prodotta e utilizzata? Ma soprattutto: che tipo di mondo abbiamo in mente, quando ce ne serviamo? Quale presente contribuiamo a rafforzare e quale futuro contribuiamo a creare?
Per impostare i nostri ragionamenti e fornire le nostre risposte, abbiamo deciso di condurre un esperimento di intelligenza collettiva. Innanzitutto, abbiamo unito le nostre forze, che sono quelle di un semiologo, di un sociologo e di un giurista, vale a dire un esperto del modo in cui attribuiamo un significato alle cose (digitali) che progettiamo e che usiamo, innanzitutto parlandone (negli svariati libri, rapporti di task force di luminari, articoli di giornale, siti web, post sui social media, convegni, convention, eccetera); uno studioso di come, a partire da questi significati che attribuiamo a strumenti come l’intelligenza artificiale, facciamo società, in particolare organizzando e riorganizzando il nostro lavoro; infine, un analista di come tutte queste cose si trasformino in leggi o, molto più spesso, in problemi legali non ancora risolti. Inoltre, facendo parte del Centro Nexa su Internet e Società del Politecnico di Torino, dove l’IA viene realizzata tutti i giorni e dove quotidianamente, attorno a essa, si confrontano in maniera interdisciplinare, anche per mezzo di una mailing list molto partecipata, diversi esperti di tale tecnologia, abbiamo approfittato del privilegio di ascoltarli, cercando di capire quali fossero le loro posizioni. Ne è nata una mappa delle principali critiche che, in tutto il mondo e in vari ambiti, vengono sollevate all’intelligenza artificiale in generale e a quella generativa in particolare, che abbiamo voluto redigere nella maniera più divulgativa di cui fossimo capaci, per portare avanti la missione dello stesso Centro Nexa: rendere le persone, anche chi non è addetto ai lavori, consapevoli del senso che ha il digitale oggi, dunque anche l’IA.

Volendo riassumere molto brevemente alcuni dei principali problemi di cui ci siamo occupati, possiamo affermare che, innanzitutto, abbiamo cercato di dimostrare come le meraviglie, ma anche le criticità che l’intelligenza artificiale generativa può e potrà apportare nel nostro mondo, vengono spesso raccontate ad arte in maniera esagerata dalle aziende che investono miliardi su di essa e dalle istituzioni foraggiate da queste ultime, dato che tutte hanno un tornaconto nel farlo. Quindi, dopo aver descritto per sommi capi come funzionano queste tecnologie, abbiamo altresì riportato il parere di diversi autorevoli studiosi che ritengono che non abbia troppo senso considerarle “intelligenti”, perché non lo sono, almeno non come noi. Anche se il dibattito è molto acceso, qualcuno preferisce definirle dei “pappagalli stocastici”, in quanto ripeterebbero ciò che sono allenate a dire, o dei S.A.L.A.M.I. (Systematic Approaches to Learning Algorithms and Machine Interfaces). Il problema è che, se ci convinciamo che siano intelligenti, e magari anche che “ragionino” meglio di noi, possiamo decidere di affidarci a esse per far loro svolgere dei compiti che prima erano appannaggio nostro. Questo, naturalmente, può far piacere a qualcuno che, così facendo, si sente sgravato, di lavoro ma molto spesso anche di responsabilità. Ma bisogna tenere conto del fatto che ChatGpt e i suoi epigoni non sono soggetti consapevoli: non sanno il significato di ciò che dicono, non sanno se sia vero, non si rendono conto degli effetti che possono produrre certe affermazioni e tutto questo può avere costi molto elevati quando, com’è accaduto e come riportiamo, alcuni giudici comminano le loro pene chiedendo a questo genere di strumenti come si sono regolati i loro colleghi in passato, ma l’IA inventa letteralmente le sue risposte. Oppure quando alcune persone psicologicamente fragili vi si rivolgono per avere compagnia e poi si suicidano. Quando altre vengono sfruttate nei paesi del sud del mondo per evitare che la stessa intelligenza artificiale riproduca i contenuti pedopornografici, violenti e sessisti su cui accidentalmente si è allenata, salvo poi finire per soffrire le conseguenze psichiche di questo duro lavoro. Quando altri lavoratori, questa volta nel nostro ricco occidente, vedono diminuire o addirittura sparire i loro introiti perché qualcun altro, servendosi di contenuti generati dall’IA a partire proprio dall’operato di questi stessi lavoratori, adesso non ha più bisogno dei loro servizi, e così via.
L’elenco potrebbe essere molto più lungo e se qualcuno vi fosse interessato, lo invitiamo a leggere il nostro libro. Naturalmente, per scriverlo, abbiamo imparato a servirci dell’IA generativa e dunque non ci riteniamo dei luddisti o dei critici a ogni costo. Ci rendiamo conto di quali siano i vantaggi che questa tecnologia può apportare oggi nei nostri mestieri e nella nostra vita quotidiana, ma come abbiamo anticipato, vediamo bene anche quali sono i costi che non solo noi, ma tutte le nostre società interconnesse, dobbiamo pagare. Dunque, siccome sappiamo che nessun mezzo tecnico è neutrale, ma che sicuramente ognuno può avere effetti dirompenti, ci domandiamo se ChatGpt e i suoi consimili stiano veramente contribuendo a creare un mondo più vicino a quello in cui vorremmo vivere.
Immagini generate tramite DALL-E

