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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

L’IA: Trasformazioni economiche e imprenditoriali. Seconda Parte: L’IA e le PMI italiane

IA PMI

Questa seconda parte dell’articolo di Maurizio Davi approfondisce il tema dell’intelligenza artificiale con uno sguardo alle micro, piccole e medie imprese italiane. Proseguendo l’analisi iniziata nella prima parte, si affrontano le sfide legate alla digitalizzazione, alla gestione del rischio e alla competitività. L’obiettivo è capire come le PMI possano utilizzare le nuove tecnologie per superare ostacoli e cogliere opportunità in un contesto sempre più globale e dominato dai grandi player.

Concentriamoci sull’aspetto imprenditoriale con riferimento alle micro, piccole e medie imprese. Al proposito possiamo trarre informazioni sia dalle pubblicazioni (dati normalmente noti e oggetto di numerosi convegni)*,

* Estrapolo dal lavoro dell’ISTAT (https://www.istat.it/wp-content/uploads/2023/12/report-imprese_2023.pdf) alcuni  numeri che ritengo importante condividere poiché funzionali al lavoro operativo all’interno delle realtà aziendali. Solo il 47,9% delle PMI utilizza almeno un software gestionale, si deduce che il 52,1% non si trova in tale situazione e appena il 13,6%  condivide i dati elettronicamente con i fornitori o i clienti all’interno della catena di approvvigionamento ovvero l’86,4% non lo fa. Solo il 24,9% delle imprese con almeno 10 addetti esegue analisi di dati attraverso addetti propri ma appena il 4,6% si avvale di un’altra impresa o organizzazione esterna (es. Università). Quanto all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nel 2023 solo il 5% delle imprese con almeno 10 addetti ne utilizza una delle 7 tecnologie. Il motivo? La mancanza di competenze frena l’adozione delle tecnologie di IA nel 55,1% delle imprese che ne hanno preso in considerazione l’utilizzo senza poi adottarle.

che dall’esperienza del lavoro nel giorno per giorno. Cosa ci raccontano ormai da anni i CEO delle aziende che seguiamo e le proprietà?  Che hanno 4 principali problemi dove avrebbero una enorme necessità di essere aiutati:

  1. Contrazioni dei margini;
  2. Difficoltà nella gestione del rischio d’impresa (interno ed esterno);
  3. Ostacoli all’internazionalizzazione;
  4. Complicazioni a trovare personale con competenze adeguate.

Gli imprenditori nello svolgere la loro attività vengono a contatto con innumerevoli figure professionali con eccellenti competenze, dai commercialisti, ai fiscalisti, ai consulenti del lavoro per passare agli avvocati, i funzionari degli istituti di credito, i brokers assicurativi, i consulenti per la parte R&D, quelli per la 4.0, o per la 5.0 ecc. cosa che ovviamente accade anche a me per il lavoro che svolgo. Ognuno di loro possiede nozioni specifiche (è uno specialista nel suo campo), ma spesso non apporta nessuna visione d’insieme nell’interlocuzione e di certo, nella maggior parte dei casi, questa non può averla chi gestisce l’azienda o i suoi dipendenti. Perché? Se l’avesse/ro i risultati certificati dall’ISTAT sarebbero totalmente diversi.

La domanda che ci poniamo è: “Qual è la soluzione?” “Artificial Intelligence & Decision support”, “Blockchain and Distributed Ledger Technology (DLT)”, “Cybersecurity”, “Internet of Things”, “Digital twins”, “High performance computing”, “Virtual Reality”, insomma, le nuove tecnologie possono trasferire “conoscenza” applicata al fine di migliorare la qualità della vita sia delle aziende  che delle famiglie, ovvero di chi ci lavora ?

La prima riflessione è sul come fare se il 52,1% delle piccole imprese non utilizza un gestionale, se l’86,4% non condivide i dati, se il 95,4% non si fa aiutare dalle Università.

Le aziende anche se avessero le risorse economiche per poter gestire il processo di digitalizzazione (e lo abbiamo verificato più volte sul campo), non potranno mai realizzarlo compiutamente senza il fondamentale contributo degli Atenei (all’interno delle imprese mancano spesso competenze STEM (science, technology, engineering and mathematics, legal e finance a livello oggi adeguato dove l’asticella da superare si alza ogni giorno; ovvero persone che oltre ad un percorso di base abbiano compreso che la conoscenza per essere produttiva deve essere applicata e che diventando subito obsoleta, presuppone uno studio costante e continuativo) dove peraltro sarebbe auspicabile un livello di integrazione operativa maggiore rispetto a quanto normalmente accade nei vari progetti per determinare una visione d’insieme e non limitata.

Ma le nuove tecnologie possono davvero aiutare anche per evitare la contrazione dei margini? La risposta è assolutamente sì. Pensate all’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel controllo di gestione. Essendo banale avere un software aziendale ed inserire dati che verranno prodotti in quantità crescente ciò permetterà di incrementare la capacità predittiva e di fornire, ai CEO / Proprietà, scenari e strategie più precisi commettendo sicuramente meno errori nel processo decisionale. La crescita in tale ambito sarà tanto più veloce quante più aziende, anche di comparti diversi, entreranno a far parte di ecosistemi che condividono conoscenza applicata. Siccome l’84,6% delle PMI ad oggi tiene per se i dati (è quello che io chiamo “pro piccolo”, dove il  margine di crescita è enorme per cui facilmente raggiungibile) immaginatevi la velocità che si innescherebbe nel processo di miglioramento. Un facile esempio. Il 90% delle richieste di problemi da risolvere che ci arrivano dalle imprese vengono da noi smarcate quasi in “real time”, perché sono quesiti già posti da altre realtà aziendali nell’immediato passato, per cui disponiamo già dell’informazione certificata e ciò accade semplicemente perché aziende di comparti diversi le hanno condivise nell’ecosistema a vantaggio di tutti. In un ambiente totalmente digitalizzato con l’informazione condivisa non dovrebbero neanche chiedere a noi, perché la conoscenza che gli necessità sarebbe già, di default,  gratuitamente a loro disposizione, e, giocando con le parole, spesso certe “conoscenze” per le piccole imprese potrebbero proprio essere fondamentali al fine di evitare il “default”.

Ognuno, anche chi è più attento, vede solamente la propria realtà, ma avendo una informazione non completa non si avvicinerà mai al limite. E tutto ciò porta ad un circolo vizioso che fa accelerare il processo già in atto dove le grandi realtà riescono ad ottenere enormi extra-profitti a scapito di molte PMI che devono vivere con margini sempre più piccini.

Condividere dati consente anche di ottimizzare la gestione del rischio d’impresa, che è sia interno che esterno (quest’ultimo deriva dalle varie decisioni di politica economica e monetaria, che vengono prese nel contesto mondo e che hanno implicazioni indirette, ma molto impattanti, sul funzionamento di ogni singola azienda). Sovente ci si imbatte in Business Plan che puntualmente si discostano nel tempo in modo importante da quanto atteso. Le PMI hanno un disperato bisogno di avere dei modelli che consentano previsioni attendibili perché quando si lavora con 10 punti di EBITDA sui ricavi è sufficiente un lieve temporale per trovarsi in una situazione di pesante difficoltà.     

I BP sono tanto più accurati quanto gli “input” sono corretti e le variabili (rischi) sono ben stimati. E ciò accade se si utilizzano modelli che sono in “fase” con il fenomeno che si analizza. Le micro, le piccole e le media imprese devono utilizzare “input” del tutto peculiari; ma come fanno ad avere quel tipo d’informazione visto che le fonti ufficiali comunicano ad un livello diverso e spesso con “forecast” che poi la realtà si diverte a smentire* ?

* (https://www.ecb.europa.eu/press/economic-bulletin/focus/2024/html/ecb.ebbox202402_05~10d8d08f79.en.html)

Dati condivisi in un ecosistema digitalizzato potrebbero essere assolutamente di aiuto perché consentirebbero di costruire modelli “leading” accurati (“ad hoc”).

Se la costruzione di un Business Plan il più attendibile possibile aiuta, non bisogna mai dimenticarsi che senza verifica la programmazione è una parola vuota. E qui ritorniamo all’importanza di trattare correttamente i dati e di utilizzare l’Intelligenza Artificiale nel controllo di gestione in “real time”. Verificare a ottobre ciò che è accaduto a giugno è perdere tempo. Viviamo in un mondo dove la conoscenza applicata diventa subito obsoleta, in cui il sistema finanziario si muove rapidamente, (in poco più di 20 anni abbiamo vissuto tre situazioni di “crash”, Twin Towers, Default Lehman Brothers, Covid – 19 seguite e anticipate da “boom” a cui va aggiunto lo shock relativo all’aumento dei costi dell’energia), dove le implicazioni “macro” modificano di continuo gli scenari. I rischi d’impresa vanno gestiti a monte non rincorsi quando non si può più fare nulla. Pensate all’andamento del tasso Euribor a 3 mesi passato in poco tempo da un valore negativo a quasi 4 punti percentuali, e ai maggiori costi per le micro, piccole, medie imprese relativamente ad un semplice AF (anticipo fatture) . Coprire (“hedging”) quel rischio era relativamente semplice, ma quante piccole realtà lo hanno fatto ? E le nuove tecnologie possono aiutare a rendere possibile un netto miglioramento nella gestione del rischio d’impresa anche queste realtà aziendali ?

E si possono gestire anche rischi più difficili da prevedere come il forte incremento dei prezzi energetici ? Nella  “Nota mensile del settembre 2022” l’Istat ha pubblicato uno splendido lavoro  (https://www.istat.it/it/files/2022/10/notamensile_settembre_2022.pdf) dal titolo “SIMULAZIONE DELL’IMPATTO DEGLI AUMENTI DEI PREZZI ENERGETICI SUI MARGINI DELLE IMPRESE ITALIANE” dove viene fornita una prima stima del numero di imprese che potrebbero registrare margini di profitto negativi a seguito degli incrementi dei costi energetici*.

* Il Mol sarebbe divenuto negativo (prima colonna Tav.2) nell’industria in modo importante, con i primi sette settori che presentano una quota di imprese con margini negativi dal 57,9% della carta al 41,7% della metallurgia.

Il rischio può essere preventivamente “coperto” utilizzando la tecnologia ? Scrive Borsa italiana che il “future” è un “contratto a termine standardizzato” con il quale le parti si impegnano a scambiare una certa attività (finanziaria o reale) a un prezzo prefissato e con liquidazione differita a una data futura. Ma se è standardizzato può certamente essere uno “smart contract”*

*  Tra i giuristi il termine “smart contract” viene spesso inteso come uno strumento che insiste sulla tecnologia blockchain per articolare, verificare e applicare un accordo tra le parti, con l’obiettivo di integrare, o in alcuni casi sostituire, i contratti tradizionali.(https://www.bancaditalia.it/media/notizie/2023/Draft_Protocollo_smart_contract.pdf)

per cui in un ecosistema di aziende con dati certificati e tracciati non apparirebbe essere poi così complicato gestirlo (il rischio).

E per concludere, opinione personale, dove non sarebbe male trovare le risorse necessarie per gestire il processo di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese?

Attraverso una “riallocazione circolare della ricchezza”.

* La capitalizzazione di mercato di NVIDIA, così come quelle di Microsoft e Apple hanno ormai superato i 3.000 miliardi di $

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