• LinkedIn
  • Telegram
  • FB
  • FB

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Maturità senza intelligenza artificiale? Una sfida urgente per la scuola

IA Maturità

Mentre l’intelligenza artificiale pervade in modo ineludibile la nostra quotidianità privata, pubblica, lavorativa, sociale e familiare, sorprende che nessuna traccia su questo argomento fosse presente nella prima prova scritta dell’Esame di Maturità 2025, la più attesa e simbolica tra le prove scolastiche italiane, che ha messo alla prova più di 500.000 studenti lo scorso 18 giugno.

Una grande assente all’Esame di Stato 2025

Escludere l’intelligenza artificiale dalla prima prova dell’Esame di Stato nel momento in cui essa è uno dei principali fattori di trasformazione della società significa lasciare fuori dalla scuola una delle questioni più urgenti del nostro tempo. Solo i pochi studenti che hanno sostenuto la prova suppletiva, in sessione straordinaria il 2 luglio, hanno potuto esprimersi sul tema grazie a un testo di grande spessore del filosofo Maurizio Ferraris pubblicato su Pandora Rivista nel novembre 2024.

Il fatto che l’estratto dell’articolo di Ferraris sia stato assegnato solo nella prova suppletiva è un segnale ambiguo: da un lato, mostra che nel Ministero qualcuno ha colto la centralità della questione; dall’altro, segnala una resistenza ad affrontarla diffusamente. Una possibile spiegazione è che il tema sia considerato troppo “tecnico”, e infatti esso è protagonista nella seconda prova specifica per l’indirizzo informatico degli istituti tecnici, o troppo schiacciato sul presente, quindi poco adatto al tono tradizionalista della prima prova, spesso ancorata a riflessioni letterarie, storiche o filosofiche. Un’altra ipotesi è che il Ministero abbia voluto evitare un tema potenzialmente divisivo, che richiederebbe competenze etiche, scientifiche e tecnologiche distribuite in modo non omogeneo nelle scuole della nostra penisola. Eppure, proprio queste motivazioni dovrebbero spingere nella direzione opposta: in un mondo in cui l’IA ha una fortissima pervasività e la sua forza trasformativa condiziona non solo i nostri comportamenti ma anche la nostra interpretazione del mondo e di noi stessi, non affrontare l’argomento a scuola rischia di diventare una forma di analfabetismo culturale.

Non solo tecnologia: l’IA è una questione culturale

Ferraris mette a confronto l’intelligenza naturale e quella artificiale, sottolineandone le differenze radicali: l’intelligenza umana è  radicata nella corporeità, nelle emozioni, nella volontà e nella coscienza della morte; l’intelligenza artificiale è invece priva di volontà, di fini propri e di consapevolezza: vince a scacchi perché programmata per farlo, ma non sa di giocare né desidera vincere. L’umano è un essere che costruisce strumenti, ma è anche l’unico essere vivente che costruisce sapere e lo trasmette intenzionalmente. Questo lo distingue dagli animali e dalle macchine. Il nostro rapporto con la tecnologia è ciò che ci ha permesso di diventare ciò che siamo, ma è anche fonte di vulnerabilità: non abbiamo un “mondo proprio”, siamo sempre esposti, instabili, alla ricerca di senso. Ferraris ci offre una riflessione antropologica profonda, che evidenzia come il rapporto tra uomo e tecnologia sia una questione identitaria prima ancora che funzionale. In questo senso, il brano ha un enorme valore educativo.

Formare cittadini, non solo utenti

Non si tratta infatti solo di usare l’intelligenza artificiale, ma di capire chi siamo in rapporto ad essa, cosa vogliamo diventi, quale ruolo le assegniamo nel nostro modo di vivere. Proprio per questo motivo, la scuola ha oggi una responsabilità fondamentale: formare cittadini consapevoli, non semplici fruitori di tecnologie. Insegnare l’IA a scuola non significa infatti formare ingegneri, ma formare cittadini consapevoli, in grado di orientarsi in un mondo dove l’intelligenza artificiale sarà sempre più presente nella sanità, nella giustizia, nella comunicazione, nell’istruzione e nella vita quotidiana. L’intelligenza artificiale è la sfida del nostro tempo: non affrontarla significa non preparare gli studenti al futuro che li aspetta. La scuola dovrebbe essere il primo luogo in cui si analizzano criticamente le implicazioni dell’IA: l’IA non è neutrale perché ogni algoritmo riflette, consapevolmente o meno, valori, priorità, assunzioni. Per questo è essenziale una formazione  all’etica dell’IA, che ponga domande profonde: Chi decide cosa può fare un’IA? Chi è responsabile se sbaglia? Qual è il confine tra aiuto e sorveglianza? Queste domande non si esauriscono in una lezione di informatica: sono questioni civiche, che toccano i diritti, le libertà, le responsabilità. E devono essere poste in classe, perché la scuola è, o dovrebbe essere, il primo laboratorio di democrazia.

L’IA nelle scuole va introdotta non per semplificare la didattica, ma per renderla più profonda, più interdisciplinare, più aderente alla realtà; non per sostituire i docenti, ma per potenziare il pensiero critico, formare menti autonome, capaci di utilizzare la tecnologia senza esserne usate, in modo equo e sostenibile. Come Platone più di duemila anni fa ci insegnava con il mito della caverna, l’educazione all’intelligenza artificiale dovrebbe aiutarci a “volgerci verso la luce” senza più confondere le ombre con la realtà, distinguendo ciò che è reale da ciò che è solo un’ombra, ciò che è preferibile da ciò che è manipolatorio.

In fondo, lo scopo della scuola è sempre stato questo: non solo insegnare a leggere il mondo, ma ad abitarlo con consapevolezza e responsabilità.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2025).

Esplora altri articoli su questi temi