Il mercato del lavoro nel settore tecnologico affronta problemi strutturali ben più profondi della sola intelligenza artificiale. Dalla crisi finanziaria globale del 2008, la liquidità a basso costo ha spinto le imprese tecnologiche a privilegiare la crescita rapida rispetto alla sostenibilità, portando a personale assunto in eccesso e investimenti speculativi nel capitale umano.
Gli ingegneri erano considerati preziosi finché andava tutto bene, ma sono diventati facilmente eliminabili al primo segnale di problemi economici. I licenziamenti sono passati dall’essere un segnale di fallimento a uno strumento strategico verso Wall Street, per dimostrare efficienza e disciplina più che difficoltà finanziarie.
Le grandi aziende operano su due livelli, il primo è composto da un “core” team per prodotti che generano ricavi, il secondo livello è rappresentato da ingegneri aggiuntivi per progetti sperimentali o per bloccare la concorrenza, la maggior parte dei quali è sacrificabile quando gli investitori richiedono margini migliori.
L’Europa, un tempo più stabile, adotta pressioni sempre più simili a quelle imposte negli Stati Uniti senza, però, compensi equivalenti. Il mercato resta fragile perché il talento è considerato un asset speculativo.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (28/02/2025).

