Nonostante il fatto che per la prima volta nella storia possiamo davvero conversare con le macchine usando il linguaggio naturale, dovrebbe essere più semplice, eppure non lo è affatto, secondo Alberto Puliafito.
I motivi alla base di questa tesi sono diversi. Il primo ostacolo è l’abitudine: siamo cresciuti premendo tasti e cliccando, non dando ordini vocali alle macchine. Il secondo è che le IA sono state create da persone con culture e idee diverse dalle nostre, il che rende la comunicazione più complessa di quanto sembri. Il terzo, conseguente rispetto a quello precedente, riguarda la centralità di fornire descrizioni il più accurate e precise possibili, anche se non esistono regole universali su cosa voglia di essere “chiari” e “sintetici”.
Un esempio pratico è il gioco “Say what you see”, in cui si deve descrivere un’immagine in 120 caratteri per farne generare all’IA che corrisponda al prompt. Sebbene ciò possa sembrare estremamente semplice, non lo è, dal momento che raggiungere anche solo l’86% di corrispondenza richiede precisione estrema nei vari dettagli, tra cui, ad esempio, i colori.
Questo esercizio, dunque, è esemplificativo di questa nostra difficoltà, sottolineando tre aspetti. Il primo riguarda, ancora una volta, la necessità di usare parole giuste da fornire all’intelligenza artificiale. Il secondo, invece, ci ricorda che i risultati delle IA sono sempre imprevedibili essendo sistemi probabilistici e, infine, ci fa riflettere su quanto poco sia davvero controllabile la comunicazione, non solo uomo-macchina, ma anche tra esseri umani.
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