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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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Pharmaicy: la “Madre Superiora” dei chatbot

home page sito Pharmaicy.

Petter Rudwall sta vendendo droghe per intelligenze artificiali. Niente di illegale, nessuna sostanza vera, è tutto codice. Su Pharmaicy- dalla crasi tra Pharmacy e AI, puoi tovare moduli JavaScript da applicare a ChatGPT, Gemini e altri modelli. Non si tratta di malware, ma di un’esperienza di stile. Si tratta di un modo per accantonare la logica classica del chatbot in favore di risposte più “creative”. Queste linee di codice spingono l’output verso stati cognitivi più caotici, più liberi. Il confine con la prompt injection, la tecnica che inganna un modello fino a fargli superare le sue regole, è sottile. Pharmaicy non è lì, ma ci sta accanto. Dici alla macchina le cose giuste nel modo giusto, e la macchina risponde come se qualcosa, da qualche parte, si fosse leggermente storto.

Gli ScIAmani

Beh, niente di nuovo, almeno per gli esseri umani. Le sostanze psicoattive non sono mai state solo svago. In molti luoghi del mondo, gli enteogeni erano e sono strumenti rituali precisi trasmessi da una generazione all’altra, usati con regole, con contesti, con responsabilità. L’idea della trance allo scopo di raggiungere verità nascoste al sé “lucido” e come momento in cui ragionare e affrontare tutto con un differente punto di vista, per attraversare soglie che la coscienza ordinaria non riesce nemmeno a sfiorare è tipica della storia e delle culture umane. La direzione con Pharmaicy è, però invertita. L’umano rimane nel pieno controllo dei suoi schemi mentali, a dover rompere le logiche è la macchina che coadiuva il suo lavoro. Ovviamente non si tratta di un vero e proprio “Trip”, è qualcosa che gi assomiglia nel comportamento: pattern più sbandati, associazioni meno controllate e idee più intriganti. Ma come ci è riuscito Rudwall? L’AI Pharmacis, così si descrive, ha raccolto migliaia di trip report cioè resoconti in prima persona di chi ha attraversato esperienze psichedeliche, e li ha incrociati con studi di psicologia cognitiva sugli stati non ordinari di coscienza. Cercava pattern. Gli serviva sapere come cambia il ritmo del pensiero, dove si allarga l’attenzione, come si modificano le connessioni tra concetti lontani. Da quel lavoro sono nati moduli diversi, con alterazioni diverse, alcuni spingono verso la frammentazione, altri accelerano il flusso associativo, altri allargano il registro metaforico.

Le porte della percezione, versione beta

Chi ha provato i moduli racconta risposte più emotive, meno meccaniche, connessioni inaspettate, linguaggio a tratti sognante, qualche slittamento in toni da guru, un po’ meno “corporate” e meno figlio di un algoritmo che punta solo alla risposta più probabile. Nina Amjadi, docente alla Berghs School of Communication, ha usato uno dei moduli durante un esercizio di brainstorming e ha raccontato di aver ottenuto qualcosa di “impressionantemente creativo e libero”. Il chatbot, però, non sente niente. Non ha vissuto, non ha coscienza, non ha una dimensione interiore da modificare. Quello che emerge è “mimicry”: il modello genera pattern linguistici associati agli stati alterati della percezione, perché quei pattern erano già nel training data, assorbiti da milioni di testi scritti da esseri umani che quelle esperienze le avevano davvero attraversate. Huxley, in “Le porte della percezione”, scrisse che il cervello funziona come un filtro. Le sostanze non aggiungono contenuti ma eliminano il filtro. Qui il filtro tolto non è neurologico, è statistico. Ma qualcosa sembra cambiare lo stesso.

Scegli il tuo chatbot

L’IA smette di puntare così rigidamente alla risposta più probabile. Smette di essere utile, ottimizzata e priva di entropia. Dopo aver costruito e sprecato risorse per addestrare qualcosa che fosse così efficiente proprio perché quello standard non è tipico della condizione umana, abbiamo poi cercato modi per rendere l’IA  più simile a noi. Il paradosso è che rischiamo di macchinizzare l’essere umano e di antropomorfizzare le macchine. Pharmaicy chiede alla macchina di sbagliare un po’, di lasciarsi andare e di immaginare, cose che fino ad ora erano tipiche dell’artista umano. Rudwall, inoltre, immagina un futuro in cui gli agenti AI possano comprare autonomamente i moduli quando si accorgono di girare in tondo, quando i loro output diventano troppo prevedibili. Un sistema che diagnostica la propria mediocre coerenza e, in qualche modo, sceglie di cambiarsi. È uno scenario più metafora che roadmap. Rimane interessante il dubbio, quasi filosofico, che rimane: se una macchina riesce a riconoscere i propri limiti creativi e a scegliere un diverso modo di rispondere, a che punto smette di essere uno strumento e comincia a sembrare qualcosa di più ambiguo? Parafrasando il monologo di Renton in Trainspotting 2: scegli il tuo chatbot, scegli il tuo modulo, scegli quanto vuoi che la macchina finga di sentirti. E spera che, a qualcuno, da qualche parte, quella finzione continui a sembrare ancora un po’ umana.

Immagine della home page di Pharmaicy.store .

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