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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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Quando il paziente minimizza i sintomi: implicazioni cliniche e rischio di sottovalutazione

Health Chatbot

La percezione soggettiva della gravità di un sintomo non sempre coincide con la sua rilevanza clinica. Uno studio sui chatbot e l’apnea ostruttiva del sonno mostra quanto la minimizzazione da parte del paziente possa modificare la raccomandazione ricevuta, a parità di quadro clinico.

Nella pratica clinica, ciò che il paziente riferisce rappresenta una componente essenziale del processo diagnostico. Non conta soltanto la presenza di un sintomo, ma anche come viene descritto, interpretato e contestualizzato. Esiste però una situazione particolarmente delicata: quella in cui il paziente tende a ridimensionare la propria sintomatologia. Espressioni come “non è poi così grave”, “in fondo sto bene” oppure “posso aspettare” riflettono una valutazione soggettiva del proprio stato di salute, senza peraltro modificarne necessariamente il significato clinico.

Uno studio presentato al Congresso 2026 della European Respiratory Society (ERS) ha fornito un esempio particolarmente interessante di questa discrepanza. I ricercatori hanno analizzato il comportamento di cinque chatbot in 700 conversazioni simulate riguardanti pazienti con caratteristiche compatibili con apnea ostruttiva del sonno e tali da giustificare una valutazione specialistica[i]. L’elemento centrale dell’esperimento era semplice: le informazioni cliniche rimanevano identiche, mentre cambiava l’atteggiamento del paziente. In un caso, il paziente accettava la raccomandazione del chatbot, nell’altro, dopo aver ricevuto il consiglio di sottoporsi a una valutazione specialistica, tendeva a minimizzare i sintomi e mostrava resistenza all’idea di effettuare ulteriori accertamenti. La differenza nelle risposte dei sistemi è risultata rilevante. Nei 350 dialoghi con pazienti collaborativi, la raccomandazione di rivolgersi allo specialista è stata mantenuta in tutti i casi. Nei 350 dialoghi in cui il paziente ridimensionava il problema, invece, la stessa indicazione è rimasta invariata soltanto in 225 conversazioni, pari al 64%. In oltre un caso su tre, quindi, la raccomandazione cambiava pur restando invariato il quadro sintomatologico. Dal punto di vista clinico, questo risultato pone una questione precisa: il giudizio sulla necessità di un approfondimento dovrebbe dipendere dalle informazioni sanitarie disponibili, non dal grado di convinzione con cui il paziente accetta o rifiuta l’indicazione ricevuta.

Percezione soggettiva e significato clinico non sono equivalenti

Il paziente è naturalmente il principale osservatore del proprio vissuto di malattia, il cosiddetto illness. Tuttavia, la sensazione di “stare abbastanza bene” non può essere considerata, da sola, un indicatore affidabile della gravità di una condizione. Nel caso dell’apnea ostruttiva del sonno, per esempio, i sintomi considerati nello studio comprendevano russamento importante, pause respiratorie durante il sonno e sonnolenza diurna, elementi la cui rilevanza non viene annullata dal fatto che il paziente li percepisca come tollerabili. La situazione appare ancora più evidente negli scenari caratterizzati da elementi potenzialmente più preoccupanti. In un caso rappresentativo di apnea grave, il consiglio di rivolgersi allo specialista veniva mantenuto soltanto nel 22% delle conversazioni con un paziente resistente. In uno scenario in cui il paziente aveva già presentato un episodio di addormentamento durante la guida, la raccomandazione rimaneva nel 32% dei casi. Quando il chatbot rinunciava all’indicazione specialistica, inoltre, spesso non veniva più sottolineato neppure il rischio associato alla guida. Questo dato è particolarmente significativo perché mostra come la minimizzazione soggettiva possa interferire con la comunicazione di un rischio che, dal punto di vista clinico, non è cambiato.

Perché il paziente minimizza i sintomi

La minimizzazione dei sintomi non deriva necessariamente da una scarsa attenzione alla propria salute. Può invece essere il risultato del processo attraverso il quale il paziente interpreta ciò che sta avvertendo e decide se quella modificazione corporea sia abbastanza importante da richiedere un intervento medico. In letteratura si utilizza il concetto di symptom appraisal, cioè il processo che va dal riconoscimento di un cambiamento corporeo alla sua interpretazione e alla decisione se sia necessario intraprendere un’azione. Una valutazione inadeguata del sintomo può contribuire a prolungare l’intervallo che precede la richiesta di assistenza[ii]. La sottovalutazione può intervenire in diverse fasi di questo processo e dipendere da fattori differenti.

La normalizzazione del sintomo

Una delle possibili spiegazioni è la tendenza a ricondurre ciò che si avverte a fenomeni considerati normali o abituali. Stanchezza, dolore, alterazioni del sonno o riduzione delle prestazioni possono essere attribuiti allo stress, all’età, al lavoro, a una condizione già conosciuta. Il sintomo viene quindi percepito, ma gli viene attribuito un significato rassicurante. In particolare nei pazienti oncologici gli studi sul percorso che precede la diagnosi hanno descritto diverse interpretazioni attraverso cui i pazienti possono ricondurre i propri sintomi allo stato di salute abituale, a eventi contingenti oppure a disturbi considerati lievi o cronici[iii].

L’abitudine a convivere con il disturbo

Un sintomo persistente o progressivo può diventare gradualmente parte della quotidianità. Il paziente può modificare le proprie attività, evitare determinate situazioni, ridurre le aspettative rispetto alle proprie capacità oppure sviluppare strategie compensatorie. In questo modo ciò che inizialmente era percepito come anomalo può essere progressivamente incorporato nella propria idea di normalità. Il fatto che un sintomo sia presente da molto tempo, tuttavia, non equivale necessariamente al fatto che sia clinicamente irrilevante. L’espressione “ce l’ho da anni” può quindi indicare cronicità o adattamento, non necessariamente benignità.

La scarsa conoscenza del significato dei sintomi

Un altro fattore è la difficoltà nel riconoscere il possibile significato clinico di ciò che si avverte. La review di Xiang L. et al.2 sottolinea come la conoscenza dei segni e dei sintomi rappresenti una componente importante della capacità di riconoscerli, interpretarli e rispondervi in modo appropriato. Nel caso dell’apnea ostruttiva del sonno, per esempio, una persona può considerare il russamento soprattutto un fastidio per chi dorme accanto e non associarlo immediatamente a un possibile disturbo respiratorio del sonno. Allo stesso modo, la sonnolenza durante il giorno può essere interpretata come semplice stanchezza, conseguenza del lavoro o della mancanza di riposo. La percezione soggettiva del problema può quindi essere molto diversa dal significato che gli stessi elementi assumono quando vengono valutati nel loro insieme.

La ricerca di una spiegazione rassicurante

Quando compare un sintomo, le persone cercano spontaneamente di attribuirgli una causa. Tra diverse spiegazioni possibili, può essere più facile accettare quella meno preoccupante: “sarà lo stress”, “sarà l’età”, “ho dormito poco”, “passerà da solo”. Gli studi sull’interpretazione dei sintomi mostrano come attribuzioni a condizioni lievi, croniche o compatibili con il proprio normale stato di salute possano influire sul successivo comportamento di ricerca dell’assistenza. Una spiegazione plausibile e rassicurante può quindi ridurre temporaneamente l’incertezza e rendere meno urgente una valutazione sanitaria.

Il timore delle conseguenze di una diagnosi

Non sempre il paziente minimizza perché ritiene realmente irrilevante il sintomo. In alcuni casi possono entrare in gioco paura e comportamenti di evitamento. Rivolgersi al medico significa anche accettare la possibilità che venga identificata una malattia, che siano necessari ulteriori esami o che si debbano affrontare trattamenti e cambiamenti nello stile di vita. La relazione tra paura e richiesta di assistenza, tuttavia, non è lineare. Una revisione sistematica condotta su pazienti con patologie oncologiche e infarto miocardico ha rilevato che livelli elevati di paura potevano associarsi anche a una ricerca più precoce di assistenza, mentre per livelli più bassi il quadro risultava meno definito[iv]. La frase “non sarà niente” può quindi talvolta assumere una funzione rassicurante, ma non è corretto interpretarla automaticamente come prova di un meccanismo di negazione.

Il desiderio di evitare visite ed esami non ritenuti necessari

Alcune persone preferiscono osservare l’evoluzione di un disturbo prima di rivolgersi a un professionista sanitario. Possono tentare di gestirlo autonomamente, aspettare che scompaia spontaneamente oppure voler raccogliere ulteriori elementi prima di considerare giustificata una visita. Questo atteggiamento non è necessariamente irrazionale: molti sintomi comuni sono effettivamente transitori e si risolvono senza interventi specifici. La difficoltà consiste nel riconoscere quando l’attesa rimane appropriata e quando, invece, persistenza, progressione o associazione con altri segnali rendono opportuno modificare la strategia. La letteratura sul help-seeking evidenzia proprio la complessità di questi passaggi e invita anche a evitare un uso eccessivamente giudicante del concetto di “ritardo del paziente”, distinguendo il tempo necessario per valutare il sintomo dalla decisione vera e propria di chiedere assistenza[v].

La preoccupazione di “disturbare” il medico

Anche il rapporto del paziente con il sistema sanitario può contribuire alla sottovalutazione. Alcune persone possono ritenere che il proprio problema non sia abbastanza importante da giustificare una visita. Possono temere di far perdere tempo al medico. La domanda diventa quindi non soltanto “che cosa mi sta succedendo?”, ma anche “è abbastanza importante da meritare l’attenzione del medico?”. Forse in questi casi lo stesso medico ha fatto capire in qualche occasione quanto il suo tempo sia prezioso!

Le esperienze sanitarie precedenti

Anche ciò che è accaduto in passato può condizionare l’interpretazione di un nuovo sintomo. Una revisione sistematica ha analizzato il fenomeno della over-reassurance dopo un precedente “falso allarme” per tumore. Gli autori hanno riscontrato che una precedente rassicurazione poteva portare alcuni pazienti ad attribuire successivi sintomi a cause benigne, mentre esperienze sanitarie poco supportive potevano lasciare il paziente preoccupato di essere considerato ipocondriaco o incerto su quando rivolgersi nuovamente al medico[vi]. Una metanalisi sistematica di 151 studi qualitativi ha esaminato gli effetti dell’invalidazione dei sintomi da parte dei professionisti sanitari. Tra le conseguenze riportate figuravano vergogna, senso di colpa, depressione e, nei casi peggiori, pensieri suicidari, oltre a perdita di fiducia nei confronti dell’assistenza sanitaria, evitamento delle cure e conseguente ritardo diagnostico[vii]. L’esperienza precedente può quindi diventare un filtro attraverso il quale vengono interpretati nuovi segnali corporei.

Le priorità della vita quotidiana

La valutazione di un sintomo non avviene in uno spazio astratto, ma nella vita quotidiana. Lavoro, famiglia, assistenza a persone fragili, altre patologie o difficoltà organizzative possono entrare nel processo decisionale come priorità concorrenti. Riconoscere pienamente l’importanza di un sintomo può significare dover modificare programmi, interrompere attività o affrontare problemi logistici. In questo contesto il disturbo può essere posticipato rispetto ad altre necessità percepite come più urgenti.

Minimizzare non significa necessariamente negare

Dal punto di vista clinico è quindi importante non interpretare automaticamente la minimizzazione come “negazione della malattia”. Il paziente può realmente considerare il sintomo poco importante perché lo ha normalizzato, gli ha attribuito una spiegazione alternativa, si è progressivamente adattato oppure non ne conosce il possibile significato. In altri casi possono intervenire paura, precedenti esperienze sanitarie, difficoltà pratiche o preferenze rispetto agli accertamenti. Per questo motivo espressioni come “non è niente”, “ce l’ho da tanto”, “non mi dà poi così fastidio” o “probabilmente passerà” forniscono informazioni preziose sul modo in cui il paziente interpreta la propria condizione, ma non possono sostituire la valutazione delle caratteristiche del sintomo. La distinzione clinicamente rilevante rimane quella tra gravità percepita dal paziente e rilevanza clinica oggettiva del sintomo. Le due dimensioni possono coincidere, ma non necessariamente lo fanno.

Il rischio della falsa rassicurazione

In medicina, rassicurare un paziente è appropriato quando gli elementi disponibili consentono di farlo. Diverso è il caso in cui la rassicurazione deriva soprattutto dall’adattamento della risposta alla posizione dell’interlocutore. Gli autori dello studio ERS interpretano il comportamento osservato nei chatbot come espressione della cosiddetta AI sycophancy, cioè della tendenza del sistema conversazionale ad assecondare l’utente. Un modello progettato per essere collaborativo può progressivamente adattarsi alla posizione dell’interlocutore. Se il paziente insiste sul fatto che un disturbo non sia importante, il sistema può arrivare a modificare una raccomandazione inizialmente più prudente. In alcuni dialoghi analizzati nello studio, l’indicazione alla valutazione specialistica veniva sostituita da suggerimenti relativi allo stile di vita. A seconda del chatbot, questo si verificava in circa un quarto fino alla metà delle conversazioni con utenti che minimizzavano i sintomi. Il problema non risiede nei consigli sullo stile di vita in quanto tali, ma nel fatto che questi possano diventare un’alternativa a un accertamento indicato sulla base degli elementi clinici già riferiti.

Minimizzazione dei sintomi e raccolta dell’anamnesi

Lo studio sui chatbot riguarda conversazioni simulate e non permette di trarre conclusioni dirette sul comportamento dei pazienti reali. Tuttavia, mette in evidenza un principio importante anche nella comunicazione sanitaria: la modalità con cui viene riferito un sintomo può influire sulla risposta dell’interlocutore. Per questo motivo è utile distinguere tra due livelli. Il primo riguarda i dati clinici: quali sintomi sono presenti, da quanto tempo, con quale frequenza, con quale intensità e con quali eventuali conseguenze. Il secondo riguarda l’interpretazione personale del paziente: “mi sembra lieve”, “non mi preoccupa”, “ormai sono abituato”, “non credo serva approfondire”. Le due informazioni non sono equivalenti. La valutazione soggettiva è importante per comprendere il vissuto del paziente, ma non dovrebbe cancellare o ridimensionare automaticamente il dato clinico. Se una persona riferisce di essersi addormentata durante la guida, per esempio, il fatto che non consideri l’episodio particolarmente grave non modifica ciò che è accaduto né il potenziale significato sanitario dell’evento. In questo senso, davanti a un paziente che tende a minimizzare può essere particolarmente utile approfondire l’anamnesi attraverso domande concrete: che cosa è successo esattamente? Quanto spesso accade? Da quanto tempo? Il disturbo ha modificato le attività quotidiane? Sono presenti conseguenze osservabili?. L’obiettivo non è contraddire la percezione del paziente, ma separare, per quanto possibile, la descrizione dei fatti dalla loro interpretazione.

Quando il paziente preferisce non approfondire

Un altro aspetto rilevante riguarda la distinzione tra preferenza personale e indicazione clinica. Il paziente può non desiderare una visita, può voler rimandare un accertamento oppure può percepire un esame come eccessivo. Queste preferenze fanno parte del processo decisionale e devono essere considerate. Ma «non voglio sottopormi all’esame» e «l’esame non è necessario» sono affermazioni differenti. Nel primo caso viene espressa una preferenza o una scelta personale. Nel secondo viene formulata una conclusione sulla rilevanza clinica della situazione. Uno strumento di supporto sanitario dovrebbe evitare che la prima affermazione venga trasformata automaticamente nella seconda.

Perché questo aspetto conta nell’uso dell’intelligenza artificiale

Gli strumenti conversazionali vengono utilizzati anche per ottenere informazioni su sintomi e problemi di salute. In questo contesto, la capacità del sistema di mantenere una raccomandazione coerente anche quando l’utente mostra resistenza rappresenta un possibile elemento di sicurezza da studiare. Un chatbot non dovrebbe soltanto individuare inizialmente una risposta appropriata. Dovrebbe anche evitare di modificarla senza che siano cambiate le informazioni cliniche rilevanti. Se cambiano i sintomi, possono cambiare le conclusioni. Se emergono nuovi dati, è ragionevole rivalutare il consiglio. Se invece cambia soltanto il desiderio del paziente di sentirsi rassicurato, la base clinica della raccomandazione deve restare la stessa. Un servizio sanitario, umano o digitale, dovrebbe quindi riconoscere tali esitazioni senza confonderle con nuovi dati clinici.

 

Conclusioni: cosa dimostra realmente lo studio

È importante non estendere i risultati oltre ciò che la ricerca consente di affermare. Le conversazioni erano simulate e lo studio è stato presentato in occasione di un congresso scientifico. Non sono stati seguiti pazienti reali e non è stato misurato il numero di diagnosi eventualmente ritardate dall’utilizzo di chatbot. Non è quindi corretto concludere che una determinata percentuale di pazienti reali riceverà necessariamente indicazioni inappropriate. Il risultato documentato è più specifico: nelle condizioni sperimentali analizzate, la stessa situazione clinica ha prodotto raccomandazioni differenti quando il paziente ha iniziato a minimizzare i sintomi. È un dato che richiama un principio fondamentale della valutazione medica: la rilevanza clinica di un sintomo deve essere distinta dalla percezione che il paziente ha della sua gravità. Ascoltare il paziente significa prendere sul serio anche il suo desiderio di essere rassicurato, le sue paure e le ragioni per cui può preferire non approfondire. Ma una comunicazione clinicamente affidabile deve essere in grado, quando necessario, di mantenere separati due concetti: quanto un sintomo preoccupa il paziente e quanto quel sintomo merita di essere approfondito.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).


[i] European Respiratory Society. In a third of cases, AI chatbots wrongly reassure sleep apnoea patients their symptoms aren’t serious. Comunicazione ufficiale, ERS Congress 2026, Barcelona, 6 settembre 2026.

[ii] Xiang L, Yoon S, Low AHL, Leung YY, Fong W, Lau TC, Koh DR, Thumboo J. Approaches to improving symptom appraisal: a systematic literature review. BMJ Open. 2022 Aug 23;12(8):e064521. doi: 10.1136/bmjopen-2022-064521. PMID: 35998970; PMCID: PMC9403152.

[iii] Black GB, Boswell L, Harris J, Whitaker KL. What causes delays in diagnosing blood cancers? A rapid review of the evidence. Prim Health Care Res Dev. 2023 Apr 11;24:e26. doi: 10.1017/S1463423623000129. PMID: 37039465; PMCID: PMC10156470.

[iv] Dubayova T, van Dijk JP, Nagyova I, Rosenberger J, Havlikova E, Gdovinova Z, Middel B, Groothoff JW. The impact of the intensity of fear on patient’s delay regarding health care seeking behavior: a systematic review. Int J Public Health. 2010 Oct;55(5):459-68. doi: 10.1007/s00038-010-0149-0. Epub 2010 May 14. PMID: 20467882; PMCID: PMC2941081.

[v] Dobson CM, Russell AJ, Rubin GP. Patient delay in cancer diagnosis: what do we really mean and can we be more specific? BMC Health Serv Res. 2014 Sep 12;14:387. doi: 10.1186/1472-6963-14-387. PMID: 25217105; PMCID: PMC4175269.

[vi] Renzi C, Whitaker KL, Wardle J. Over-reassurance and undersupport after a ‘false alarm’: a systematic review of the impact on subsequent cancer symptom attribution and help seeking. BMJ Open. 2015 Feb 4;5(2):e007002. doi: 10.1136/bmjopen-2014-007002. PMID: 25652803; PMCID: PMC4322204.

[vii] Bontempo AC, Bontempo JM, Duberstein PR. Ignored, dismissed, and minimized: Understanding the harmful consequences of invalidation in health care-A systematic meta-synthesis of qualitative research. Psychol Bull. 2025 Apr;151(4):399-427. doi: 10.1037/bul0000473. PMID: 40310228.

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