Perché i grandi registi stanno iniziando ad abbracciare l’IA? La domanda non è banale, soprattutto quando a farlo è Steven Soderbergh, il cui nuovo film The Christophers — con Ian McKellen nei panni di un artista recluso e Michaela Coel in quelli di una falsaria — riflette proprio sulla natura della creazione artistica.
Difatti, durante la fase di promozione del film, Soderbergh ha dichiarato di aver usato l’IA generativa per il suo documentario su Lennon e Ono, e che il suo prossimo progetto sulla guerra ispano-americana ne farà largo uso. Non parla da evangelista: «Non è la soluzione a tutto, né la morte di tutto. Tra cinque anni potremmo già essere oltre.» Oltre a lui, però, anche altri nomi pesanti dell’industria cinematografica sono entusiasti. Tra questi, ad esempio, James Cameron studia come applicarla pur tenendo gli artisti umani al centro; Ben Affleck ha investito in una startup di IA; Doug Liman gira un film con set e illuminazione generati artificialmente; Aronofsky ha prestato il nome a una serie web prodotta con l’IA.
Il rischio maggiore, tuttavia, non è che autori come Soderbergh producano spazzatura digitale, ma che il cinema di fascia media — già spesso mediocre — si degradi ulteriormente, mentre il pubblico più esigente si rifugi in un gruppo sempre più ristretto di puristi. Come con il passaggio al digitale, l’IA potrebbe diventare strumento invisibile nelle mani giuste e disastro estetico in quelle sbagliate e il cinema ha bisogno di essere trattato come un’arte e non come un ufficio che installa nuovo software.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (07/09/2025).

