Al festival letterario di Hay, quest’anno, è andato in scena un paradosso inquietante: Sarah Wynn-Williams, ex dirigente di Meta e autrice del libro Careless People, era seduta in silenzio su un palco. Non per scelta, ma per paura: Meta l’aveva minacciata di rovina finanziaria se avesse parlato pubblicamente della sua esperienza nell’azienda.
Il libro racconta dall’interno il funzionamento di Meta — con toni talvolta elogiativi, più spesso critici — e questo non è piaciuto a Zuckerberg & co. L’azienda ha ottenuto un’ordinanza arbitrale d’urgenza per bloccare la promozione del volume e minacciato danni punitivi, trasformando il sistema legale in uno strumento di censura aziendale. Il nodo centrale è questo: se il libro riguardasse un’esperienza governativa, la libertà di espressione proteggerebbe l’autrice. Ma poiché critica un’azienda privata — e poiché Wynn-Williams aveva firmato clausole di non denigrazione — Meta può punirla e scoraggiare chiunque altro voglia parlare.
Eppure qualcosa si muove: negli USA il NLRB ha dichiarato illegittime le clausole di non denigrazione troppo ampie; nel Regno Unito il nuovo Employment Rights Act le limita. Ma non basta, serve una norma chiara per quanto concerne il diritto di criticare il proprio datore di lavoro è fondamentale e non può essere contrattualizzato via e il caso Meta lo dimostra: un’azienda con scandali come Cambridge Analytica e i danni documentati agli adolescenti non può essere sottratta allo scrutinio pubblico.
Leggi l’articolo completo I watched as Meta’s threats stopped Sarah Wynn-Williams from speaking – we must have stronger rights for whistleblowers su The Guardian.
Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (11/01/2026).

