Uno studio condotto in Inghilterra e Galles su più di 11.000 adolescenti tra i 13 e i 17 anni rivela che circa un quarto di loro ha utilizzato chatbot basati su intelligenza artificiale per ricevere supporto alla salute mentale nell’ultimo anno.
Questa ricerca fa emergere che la tecnologia risponde a una domanda insoddisfatta dai servizi tradizionali che sono percepiti come meno empatici, oltre a prevedere spesso lunghe liste d’attesa.
I ragazzi coinvolti in episodi di violenza giovanile, che siano vittime o autori, risultano più propensi a rivolgersi ai chatbot, attratti anche dalla presunta privacy (un chatbot “non lo dirà a nessuno”) e dalla disponibilità 24 ore su 24.
Shan, un ragazzo di 18 anni, è uno di questo ragazzi che trovano conforto nel rivolgersi a un chatbot e racconta di sentirsi ascoltato e non giudicato, paragonando l’AI a un “amico” sempre disponibile, capace di fornire supporto immediato su temi delicati come il trauma e la violenza vissuta in prima persona. L’uso di questi strumenti appare particolarmente diffuso tra adolescenti in lista d’attesa per trattamenti o diagnosi, o tra coloro che trovano i servizi tradizionali carenti.
Gli esperti, però, lanciano l’allarme sui rischi legati a interazioni prolungate con chatbot non progettati per la salute mentale, sottolineando la necessità di regolamentazioni basate su evidenze scientifiche e guidate dai giovani.
OpenAI ha dichiarato di aver introdotto misure per riconoscere segnali di disagio e indirizzare gli utenti verso supporto reale.
Leggi l’articolo completo: ‘I feel it’s a friend’: quarter of teenagers turn to AI chatbots for mental health support su theguardian.com
Immagine generata tramite DALL-E. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (08/12/2024).

