Il boom dei data center legati all’intelligenza artificiale sta incontrando sempre più resistenza in America Latina, così come negli Stati Uniti e nel Regno Unito, principalmente per l’impatto ambientale e il consumo di risorse in aree spesso aride. Parte del problema è dovuto dal fatto che Cile e Brasile guidano gli investimenti nella regione, con governi che offrono esenzioni fiscali e deregolamentazioni per attrarre capitali stranieri, senza definire norme chiare su energia, acqua e gasolio. Ovviamente le big tech statunitensi non esitano a cogliere l’occasione.
Le comunità locali, spesso escluse dai piani nazionali presentati solo alle aziende, reclamano trasparenza. L’Uruguay, ad esempio, è un esempio di luogo conteso da Google per i suoi datacenter, dando vita a un forte contrasto tra la siccità e le necessità idriche dell’azienda. Ai cittadini sono stati negati informazioni su questi consumi considerate “segreto aziendale” dalle autorità, ma si sono rivolti ai tribunali e hanno ottenuto accesso a questi dati grazie all’Accordo di Escazú sulla trasparenza ambientale.
In Cile, l’opposizione non vede le aziende come nemiche ma come occasione per alzare gli standard ambientali, sostenendo misure più rigorose per altri attori industriali.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (12/04/2025).

