In Corea del Sud, l’abuso di tecnologia deepfake a scopi pornografici si diffonde sempre di più, con un numero crescente di vittime che coinvolge soprattutto donne, studentesse e insegnanti. La vicenda di Ruma, è una delle sempre più numerose testimonianze di manipolazione di volti su immagini prese online, per creare contenuti sessuali non consensuali, per poi diffonderli tramite app come, ad esempio, Telegram. Le autorità hanno registrato oltre 900 casi tra studenti e personale scolastico solo nel 2023, ma il numero di arresti risulta ancora basso, forse troppo.
A fronte dell’emergenza, il governo ha rafforzato le pene: fino a 7 anni di carcere per chi produce o diffonde contenuti espliciti deepfake. Tuttavia, le difficoltà investigative e l’opacità delle piattaforme rallentano la giustizia, spingendo alcune vittime a indagini autonome. Ruma rientra in uno di questi casi. Ha collaborato con l’attivista Won Eun-ji per incastrare i responsabili di ciò che le era stato fatto. Il caso ha portato all’arresto di due ex studenti della Seoul National University e ha rivelato l’esistenza di almeno 61 vittime.
Nelle scuole, ad essere esposti a questa tipologia di rischio, ci sono anche i docenti. È capitato anche che, alcuni di loro, si siano ritrovati esposti a contenuti manipolati e condivisi su X, riscontrando difficoltà nel risalire agli autori di tali contenuti, per via delle politiche di privacy delle piattaforme.
A seguito di diverse pressioni, Telegram ha deciso di cominciare a collaborare con le autorità sudcoreane, rimuovendo i contenuti illegali segnalati e fornendo dati sugli utenti coinvolti, se richiesto. Tuttavia, secondo l’attivista Won, questi interventi arrivano troppo tardi e non bastano. Il problema, infatti, è che la circolazione dei contenuti espliciti deepfake continua, favorita dall’indifferenza sociale, dall’assenza di reali tutele per le vittime e dalla lentezza con cui le istituzioni rispondono al problema.
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