Nel racconto fantascientifico di Terry Bisson, “They’re Made out of Meat” (1991), due alieni discutono increduli dell’idea che gli esseri umani siano fatti interamente di carne e possano pensare. Questo dialogo mette in evidenza il concetto radicale per cui la carne stessa può generare una mente pensante senza il supporto di macchine. Gli umani, nel racconto, sono visti come una forma di vita stupefacente perché la loro coscienza sembra emergere da un substrato biologico, unico nel suo genere.
Questo concetto, però, è stato messo in discussione dai recenti sviluppi dell’IA. Con l’avanzare della tecnologia, c’è un crescente interesse e preoccupazione che i sistemi di IA, come ChatGPT o Claude, possano non solo eseguire compiti complessi ma anche sviluppare una forma di coscienza. La teoria dominante che guida questa discussione è il “funzionalismo computazionale”, secondo cui la coscienza non dipende necessariamente da un substrato biologico specifico ma piuttosto dalle proprietà computazionali astratte. In altre parole, qualsiasi sistema fisico che può eseguire elaborazioni informatiche giuste potrebbe teoricamente generare coscienza, indipendentemente dal materiale di cui è fatto.
Se la coscienza non richiedesse necessariamente un substrato biologico, l’intero dibattito sulla coscienza delle IA potrebbe subire una svolta drammatica.
I recenti sviluppi nell’IA, insieme alla convergenza tra biologia e tecnologia nelle forme di vita ibride, stanno sfumando i confini tra ciò che è naturale e ciò che è artificiale. Questo porta a domande etiche urgenti sulla responsabilità umana nella creazione di forme di coscienza, sia biologiche che non biologiche.
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