Nel mondo dell’innovazione tecnologica sta emergendo una nuova regola del gioco che potrebbe cambiare tutto: il DNSH, acronimo di Do no significant harm. Non si tratta di un suggerimento etico, ma di un criterio vincolante previsto dalle politiche europee per accedere ai finanziamenti del Green Deal e del PNRR.
Il principio, introdotto nel Regolamento tassonomia UE, richiede che d’ora in avanti i progetti dimostrino di non avere impatti ambientali negativi in sei aree chiave, dal cambiamento climatico alla tutela della biodiversità. Questo provvedimento, che si colloca nel più ampio dibattito dell’impatto ambientale dell’IA, rispondo al fatto che l’addestramento dei modelli generativi richiede enormi quantità di energia e può emettere grandi tonnellate di CO2. Il DNSH, invece, rende necessario uno sguardo sistemico che consideri l’intera filiera tecnologica, dall’origine dell’energia ai data center.
La sfida, dunque, non è rallentare l’innovazione, ma integrare la sostenibilità fin dalla progettazione, più che in una fase successiva, cambiando mentalità e puntando su modelli che consumino meno senza compromettere le performance. Pertanto, anche se attualmente mancano ancora metodologie condivise per misurare l’impatto ambientale delle tecnologie emergenti, il Do no significant harm è radicale proprio in quest’aspetto: non riguarda solo chi crea tecnologie specifiche, ma pone, in un sistema di responsabilità collettiva, l’intero ecosistema tecnologico.
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