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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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Donne e potere algoritmico: una vulnerabilità prodotta dal contesto

Donne e potere algoritmico

Un recente articolo pubblicato su The Guardian e reperibile al link https://www.theguardian.com/global-development/2025/nov/05/india-women-ai-deepfakes-internet-social-media-artificial-intelligence-nudify-extortion-abuse, mostra, ancora una volta, come l’utilizzo di piattaforme di intelligenza artificiale costituisca un’ ulteriore possibilità di offesa alla dignità, libertà e intimità delle donne che frequentano il mondo del web. L’articolo si riferisce alla decisione di diverse donne indiane, più o meno famose, che hanno deciso di limitare o smettere di utilizzare le piattaforme digitali dopo aver scoperto che le proprie immagini di nudo erano state manipolate dall’intelligenza artificiale e pubblicate su vari siti social.

Ovviamente, in un’epoca di globalizzazione, il fatto che ciò accada in India, quindi in una zona geograficamente lontana, non ha alcuna importanza. La distanza geografica non è un problema: il tema è conosciuto e affrontato in ogni angolo del pianeta. L’aspetto fondamentale è che, ancora una volta, le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale costituiscono un deterrente per la libertà delle ragazze e delle donne che si avvicinano al mondo del web.

Dal caso India alla libertà digitale delle donne

È  inutile ribadire l’ovvio. In particolare:

  • È vero che la maggior parte dei sistemi si basa su algoritmi, ma gli algoritmi sono realizzati da essere umani (per la maggior parte di genere maschile);
  • Ogni opportunità rappresenta un possibile rischio, ma in questo caso siamo di fronte a una contaminazione collettiva, difficilmente arrestabile. Per usare una metafora, si innesta una alimentazione ibrida del disagio: la vita quotidiana si riempie di rischi che mantengono la loro incidenza anche quando gli elementi stimolo, compresi quelli di rischio, risultano disattivi (è il contesto ad alimentare il problema, non la singola situazione reale).
  • Esattamente come avviene nei motori ibridi delle auto, che con l’alimentazione tradizionale caricano le batterie per  il funzionamento autonomo elettrico successivo.

Ma, fondamentalmente, la notizia ci rimanda a un ulteriore e progressivo allontanamento, nonché all’ennesimo esplicito invito: per tutelarsi, le ragazze e le donne devono praticamente fuggire dalle opportunità, assumersi la responsabilità di non mettersi in condizioni di essere vittimizzate e, di conseguenza, agire ai margini (o, meglio, non agire affatto).

Insomma, un altro tassello che si aggiunge ai tanti: non uscire la sera, vestiti in modo adeguato, non esporti, sii prudente, anzi sospettosa. Insomma, meno libertà e più sicurezza. Ovviamente, tutto questo ricade totalmente sul mondo delle donne.

Un paradigma che non funziona, ormai è risaputo.

Ma il percorso di deresponsabilizzazione non si ferma. Finché non si comprenderà che l’impegno deve essere globale e trasversale, coinvolgendo i gestori delle piattaforme, i progettisti di sistemi AI, gli utenti, la politica, gli osservatori in ambito sanitario, psicologico e sociale, ci saranno sempre falle in cui qualunque sistema, umano o artificiale, potrà inserirsi facilmente, con danni prevedibili e certi.

Violenza di contesto e colpevolizzazione implicita della donna

Non possiamo comunque dimenticare che questo contributo nasce e si sviluppa all’interno di un centro antiviolenza. Si  tratta,  dunque,  di  un  luogo dedicato alle ragazze e alle donne che hanno subito o stanno subendo violenza maschile. Si  tratta  di un  osservatorio che mantiene la sua specificità e che ci porta a riflettere  su  alcuni   aspetti  da  sottoporre  a  lettrici  e  lettori.

Come possiamo intercettare, accogliere e trattare la violenza, se non risponde alle caratteristiche specifiche di individuazione? Quale violenza dobbiamo individuare, se non ci sono fratture, ferite, disabilità o morte? Come è accaduto nel lungo percorso di riconoscimento della violenza economica, ancora oggi considerata di secondaria importanza nonostante la sua rilevanza, in questi fenomeni collettivi il problema si amplia e si aggrava, giorno dopo giorno.

Come CAV, e come Telefono Rosa Piemonte, riteniamo di essere sufficientemente attrezzate per mantenere livelli di conoscenza e competenze all’avanguardia, attingendo alla formazione, alla letteratura e soprattutto alle esperienze nazionali e internazionali. Sappiamo bene quanto sia importante, fin dalla prima accoglienza, saper decodificare, in senso narrativo, il senso soggettivo dell’esperienza di violenza. Ma questo aspetto non riguarda solo il ruolo dei CAV, ma anche, ad esempio, il mondo della sanità.

Proprio in questi giorni, l’Istituto Superiore di Sanità segnala che oltre la metà delle donne che hanno subito violenza presenta un disturbo post traumatico da stress, con conseguenze che si manifestano anche a distanza di anni. Questi i risultati del progetto EpiWE, sulle conseguenze biologiche e fisiche della violenza. Sulla base dei campioni biologici, sono state effettuate diagnosi di PTSD nel 27% dei casi e di PTSD complesso nel 28,4% dei casi. Analoghe rilevazioni sono state effettuate anche su minori esposti a violenza assistita. Queste “cicatrici epigenetiche”, ormai assodate, a cosa possono servire una volta individuate? Certamente a una medicina di genere che tenga conto della specificità femminile legata alle diverse forme di violenza, e non solo a quelle più visibili. Ma soprattutto, dovrebbero essere utilizzate in senso anamnestico e diagnostico, e non solo come probabilità di sviluppare disturbi nel tempo.

Ferite invisibili: tra epigenetica, clinica e pratica nei CAV

E i CAV? La conclusione è ovvia.

Occorre, con l’apporto di tutta la società civile, la riformulazione dei seguenti concetti:

  1. Il senso della vulnerabilità. Non si tratta della vulnerabilità del genere femminile o del soggetto/donna, ma di una vulnerabilità del contesto, solo parzialmente dipendente da fragilità individuali;
    1. La capacità di creare linee guida che trasformino le conoscenze scientifiche in pratiche operative coerenti, integrate e trasversali, che non siano fini a sé stesse, pur rispettando i diversi ambiti e al di là di ogni contaminazione ideologica;
    1. Acquisire la capacità di elaborare piani e strumenti in senso ecologico, olistico, rispettoso delle differenze che, nei generi, sono una risorsa e mai una graduatoria di merito.

Ma qui ci stiamo davvero spingendo troppo oltre !!!

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2025).

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