• LinkedIn
  • Telegram
  • FB
  • FB

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Geni maligni e indicatori cartesiani: il vero, il verosimile e le fake news nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale

Cartesio e il genio maligno

I. Introduzione: la crisi epistemologica del presente

Poche epoche nella storia del pensiero occidentale hanno richiesto con tale urgenza una riflessione sui fondamenti stessi della conoscenza quanto quella in cui ci troviamo a vivere. Il problema non è nuovo nella sua essenza — ogni civiltà si è confrontata con la questione di come distinguere il vero dal falso, l’autentico dal simulacro — ma la velocità, la scala e la pervasività con cui tale problema si presenta oggi lo rendono qualitativamente diverso rispetto a ogni precedente configurazione storica. Siamo nell’era dell’Intelligenza Artificiale, dei big data, delle reti sociali e della comunicazione istantanea globale; un’era in cui miliardi di individui sono esposti quotidianamente a un flusso ininterrotto di informazioni, la cui provenienza, affidabilità e intenzionalità risultano spesso opache o deliberatamente occultate.

Il presente saggio si propone di esaminare questa crisi epistemologica attraverso una duplice lente: quella della tradizione filosofica — con particolare riferimento al metodo cartesiano e alle categorie greche del thaumàzein e della hybris — e quella dell’analisi critica dei meccanismi attraverso cui l’ecosistema informativo digitale produce, diffonde e consolida le cosiddette fake news. L’obiettivo non è meramente descrittivo: si intende fornire un quadro concettuale utile a chi, operando nei campi dell’informatica e della filosofia, si trovi nella condizione privilegiata — e responsabile — di comprendere sia l’architettura tecnica sia le implicazioni etiche del sistema informativo contemporaneo.

Il titolo stesso di questo saggio evoca una tensione produttiva: il genio maligno cartesiano, ipotesi limite di un ingannatore onnipotente capace di farci credere vero ciò che è falso, non è forse una metafora straordinariamente attuale per descrivere certi algoritmi di manipolazione dell’informazione? E gli indicatori cartesiani, intesi come criteri metodologici per distinguere la conoscenza certa dall’opinione plausibile, non rappresentano forse il tipo di strumento critico di cui abbiamo più urgentemente bisogno? Con queste domande sullo sfondo, ci addentreremo in un percorso che attraversa la filosofia antica e moderna, la teoria dell’informazione, la semiotica del discorso pubblico e le sfide poste dall’intelligenza artificiale generativa.

II. Cartesio e il metodo del dubbio: alle origini della modernità epistemologica

2.1 Il contesto storico e la rottura con la scolastica

René Descartes — Cartesio — pubblica il Discorso sul metodo nel 1637 e le Meditazioni metafisiche nel 1641 in un momento storico di profonda ridefinizione dei paradigmi conoscitivi. La rivoluzione scientifica avviata da Copernico, Galileo e Keplero aveva già minato le fondamenta del sistema aristotelico-tolemaico che per secoli aveva offerto all’uomo occidentale una cosmologia stabile e rassicurante. La scolastica, con il suo metodo fondato sull’autorità dei testi e sulla logica sillogistica deduttiva, si rivelava sempre più inadeguata a render conto di un mondo fisico che l’osservazione e il calcolo matematico stavano descrivendo in modo radicalmente nuovo.

È in questo contesto di transizione paradigmatica — usando l’espressione di Thomas Kuhn — che Cartesio elabora il suo progetto epistemologico. La sua ambizione non è semplicemente quella di riformare la filosofia: è quella di gettare nuove fondamenta per l’intera edificazione del sapere umano, fondamenta che siano indubitabili, auto-evidenti, capaci di resistere a qualsiasi tentativo di confutazione. Il metodo del dubbio sistematico non è, come spesso si fraintende, un invito allo scetticismo permanente. È al contrario una strategia di purificazione epistemica: attraverso il dubbio radicale si vogliono eliminare tutte le credenze incerte, tutte le opinioni ricevute per tradizione o abitudine, tutti i pregiudizi sedimentati dall’educazione e dall’esperienza, per trovare — se esiste — qualcosa che possa resistere a questa corrosione metodica.

2.2 Il genio maligno e la struttura logica del dubbio iperbolico

Il culmine del dubbio cartesiano è rappresentato dall’ipotesi del genio maligno — il malin génie o genius malignus — introdotta nella Prima Meditazione. Cartesio immagina l’esistenza di un essere potentissimo e ingannatore che impiega tutta la propria abilità per far credere all’uomo di percepire una realtà fisica che in verità non esiste, di ragionare correttamente quando invece i suoi stessi processi cognitivi sono irrimediabilmente corrotti. È un’ipotesi limite, un esperimento mentale di potenza straordinaria: anche le verità matematiche più elementari — due più due fa quattro — potrebbero essere false se un tale ingannatore manipolasse la nostra mente.

Si tratta, va sottolineato, di un’ipotesi metodologica e non di una credenza sincera. Cartesio non afferma davvero che il genio maligno esista: lo introduce come strumento di verifica critica massimale. Il ragionamento è: se una credenza resiste all’ipotesi del genio maligno, allora è certamente vera; se non vi resiste, dobbiamo considerarla epistemicamente sospetta. Ed è proprio qui che si trova la sua unica certezza incrollabile: il cogito ergo sum. Anche se un genio maligno mi ingannasse su tutto, non potrebbe ingannarmi sul fatto che in quel preciso momento io stia pensando — e dunque che io esista come cosa pensante. Il dubbio stesso, nella sua radicalità, rivela la sua condizione di possibilità: un soggetto che dubita.

Per i laureati in informatica questa struttura argomentativa non dovrebbe risultare estranea: presenta una notevole analogia con certi problemi della teoria della computazione e della crittografia. L’ipotesi del genio maligno è strutturalmente analoga a uno scenario di adversarial attack in cui un agente ostile manipola l’input di un sistema cognitivo (sia esso biologico o artificiale) in modo da indurre output errati. La domanda di Cartesio — esiste una credenza che resista a qualsiasi possibile manipolazione? — è paragonabile alla domanda: esiste un sistema crittografico che resista a qualsiasi possibile attaccante computazionalmente illimitato? La risposta in entrambi i casi è complessa e ricca di implicazioni.

2.3 Le regole del metodo e il loro valore epistemologico contemporaneo

Il metodo cartesiano, come esposto nel Discorso, si articola in quattro regole fondamentali: la regola dell’evidenza (non accettare mai per vero ciò che non si conosce con evidenza come tale); la regola dell’analisi (dividere ogni problema nelle sue parti più semplici); la regola della sintesi (ordinare i pensieri dai più semplici ai più complessi); la regola dell’enumerazione (fare revisioni complete per non omettere nulla). Queste quattro regole costituiscono un programma epistemologico di straordinaria modernità, che anticipa molti aspetti del metodo scientifico sperimentale e — a ben guardare — richiama da vicino alcune pratiche fondamentali dello sviluppo software e dell’ingegneria dei sistemi.

La regola dell’evidenza, in particolare, è quella che più direttamente si confronta con il problema delle fake news: in un ecosistema informativo dominato dal verosimile, dalla plausibilità e dall’emozione, la capacità di sospendere il giudizio fino all’ottenimento di prove sufficienti è un’abilità cognitiva sempre più rara e preziosa. Cartesio la chiama epoché epistemologica — pur non usando questa terminologia stoica — e la considera il presupposto indispensabile di qualsiasi conoscenza affidabile.

III. Il thaumàzein greco: meraviglia, inquietudine e conoscenza

3.1 La radice filosofica dello stupore

Prima di Cartesio e del primato moderno del dubbio metodico, la tradizione filosofica greca aveva individuato nell’esperienza del thaumàzein (θαυμάζειν) — lo stupore, la meraviglia, il senso di spaesamento di fronte all’ignoto — il motore originario della ricerca filosofica. Il termine non designa un sentimento episodico o superficiale: descrive una disposizione cognitiva ed emotiva profonda, uno stato in cui il soggetto si trova sospeso tra la familiarità e lo sconosciuto, tra la comprensione e il mistero.

Platone, nel Teeteto, mette in bocca a Socrate l’affermazione che la filosofia non ha altro inizio che questo: il meravigliarsi. Aristotele, nell’incipit della Metafisica, descrive come gli uomini abbiano cominciato a filosofare proprio a partire dallo stupore, dapprima meravigliandosi delle cose ovvie e difficili — come le fasi della luna, i movimenti dei pianeti, la generazione del tutto — per poi porsi interrogativi sempre più fondamentali sull’origine e la natura dell’universo. Lo stupore, nella prospettiva aristotelica, non è il risultato della conoscenza ma la sua scintilla: è ciò che ci mette in moto verso la comprensione.

3.2 La doppia valenza del thaumàzein: meraviglia e terrore

È importante non romantizzare il thaumàzein riducendolo a una piacevole curiosità intellettuale. Il termine greco contiene in sé una tensione semantica più complessa: include sia la meraviglia ammirata di fronte a qualcosa di straordinariamente bello o grande, sia lo sgomento, il turbamento, persino il terrore (thambos) che si prova di fronte a ciò che supera la nostra capacità di comprensione. Non è un caso che dalla stessa radice derivi anche il termine per designare la divinità taumaturgica, il taumaturgo appunto: colui che compie azioni meravigliose e terribili al tempo stesso.

Questa doppia valenza è filosoficamente cruciale. Lo stupore che genera conoscenza non è la curiosità tranquilla dello spettatore compiacente, ma il senso di disorientamento produttivo di chi si rende conto che le proprie categorie cognitive non sono sufficienti per comprendere ciò che gli si presenta. È un’esperienza di insufficienza e insieme di apertura: il soggetto riconosce di non sapere — e questo riconoscimento, lontano dall’essere umiliante, è la condizione di possibilità di ogni apprendimento autentico. Socrate aveva fatto di questa consapevolezza il cuore della sua attività filosofica: so di non sapere, e proprio per questo posso mettermi in cammino verso il sapere.

3.3 La hybris come antidoto necessario al thaumàzein

Il contraltare del thaumàzein è la hybris (ὕβρις): la tracotanza, l’eccesso, la presunzione di chi crede di sapere già tutto e non ha più bisogno di meravigliarsi. Nella cultura greca, la hybris non è semplicemente un difetto morale: è una perturbazione dell’ordine cosmico. Chi si comporta con hybris — il generale che crede di essere invincibile, il tiranno che si crede al di sopra delle leggi umane e divine, il sapiente che non ammette di non sapere — incorre inevitabilmente nella nemesis, la punizione divina che ristabilisce l’equilibrio violato.

La tragedia greca è piena di figure ibristiche: Edipo che crede di aver sconfitto il destino, Agamennone che calpesta il rosso tappeto riservato agli dei, Creonte che antepone la propria autorità alle leggi non scritte della coscienza. In tutti questi casi, la hybris non si manifesta come consapevole sfida agli dei, ma come cecità: il personaggio tragico non vede i limiti della propria condizione perché è troppo preso dalla propria potenza o certezza. E questa cecità — questa incapacità di meravigliarsi, di interrogarsi, di dubitare — è precisamente ciò che lo conduce alla rovina.

La pertinenza di questo schema archetipico per la riflessione contemporanea sul rapporto con l’informazione digitale è evidente. L’individuo che costruisce la propria cosmogonia informativa attorno a fonti preselezionate e confermatorie — che trova sempre, su qualche piattaforma, qualcuno che gli dice che le sue credenze sono giuste — è una figura ibristiica nel senso greco del termine. Ha smesso di meravigliarsi, ha smesso di interrogarsi, ha sostituito il thaumàzein con la rassicurazione. E questa sostituzione lo rende vulnerabile a tutti i tipi di manipolazione.

IV. La società duplicata: ontologia del presente digitale

4.1 Due mondi, un’unica coscienza

La condizione dell’individuo contemporaneo è caratterizzata da un fenomeno senza precedenti nella storia dell’umanità: la coesistenza, nella propria esperienza soggettiva, di due piani ontologici distinti ma pervasivamente intrecciati. Il primo è il piano della realtà fisico-materiale: il corpo, lo spazio, gli oggetti tangibili, le relazioni faccia a faccia, i ritmi biologici della vita — il sonno, il cibo, il contatto fisico. Il secondo è il piano della realtà digitale-informativa: lo spazio delle reti, delle piattaforme, dei flussi di dati, delle identità virtuali, delle relazioni mediate dallo schermo.

Ciò che rende questa coesistenza epistemologicamente problematica non è la mera presenza della tecnologia nella vita quotidiana — la storia è piena di rivoluzioni tecnologiche, dalla scrittura alla stampa alla radio alla televisione — ma l’intensità e la simmetria con cui il piano digitale ha acquisito peso ontologico reale nella coscienza degli individui. Le relazioni sociali che si sviluppano online non sono per molte persone meno reali di quelle offline; le informazioni acquisite attraverso i social media non vengono percepite come meno affidabili di quelle ottenute attraverso canali tradizionali; le comunità virtuali generano senso di appartenenza, identità e orientamento valoriale non meno efficacemente delle comunità fisiche.

4.2 La crisi della fisica ingenua e il collasso del senso comune

Per secoli, la conoscenza ordinaria del mondo si era fondata su quella che i filosofi della percezione chiamano la fisica ingenua (naive physics): un insieme di credenze pre-teoriche, formatesi attraverso l’esperienza diretta, che costituiscono il substrato tacito su cui si costruisce la comprensione quotidiana della realtà. La fisica ingenua ci dice che gli oggetti solidi occupano spazio, che le cause precedono gli effetti, che i corpi cadono verso il basso, che il fuoco brucia. Queste credenze sono pre-scientifiche nel senso che non richiedono alcuna formazione teorica per essere acquisite: si formano attraverso l’interazione diretta e ripetuta con l’ambiente fisico.

Il problema è che la fisica ingenua è sostanzialmente inutile nella navigazione dell’ambiente informativo digitale. Non esiste un equivalente percettivo diretto del concetto di fake news, così come non esiste un equivalente percettivo diretto del concetto di algoritmo di raccomandazione o di troll farm. Questi sono oggetti invisibili, la cui esistenza e i cui effetti possono essere compresi solo attraverso un’elaborazione concettuale che richiede formazione specifica. L’individuo privo di questa formazione si trova a navigare un ambiente radicalmente nuovo con strumenti cognitivi calibrati su un ambiente radicalmente diverso: è come cercare di orientarsi in un paesaggio quantistico usando l’intuizione della meccanica classica.

4.3 La sovrabbondanza informativa come nuovo genio maligno

In questo contesto, la sovrabbondanza di informazioni — il cosiddetto information overload — non è semplicemente un problema di gestione delle risorse cognitive. È un problema epistemologico fondamentale. Herbert Simon, premio Nobel per l’economia, aveva già intuito negli anni Settanta del Novecento che l’abbondanza di informazioni produce necessariamente scarsità di attenzione: in un sistema cognitivo con risorse di elaborazione finite, la moltiplicazione degli stimoli informativi non produce un proporzionale aumento della comprensione, ma una sua redistribuzione su un numero crescente di oggetti, con una proporzionale diminuzione della profondità di elaborazione di ciascuno.

Nell’ecosistema informativo digitale contemporaneo, questa dinamica è ulteriormente aggravata dalla struttura incentivante delle piattaforme di social media, che sono progettate — non accidentalmente — per massimizzare il tempo di permanenza degli utenti attraverso la stimolazione dell’engagement emotivo. Le ricerche di psicologia cognitiva e di neuroscienza comportamentale convergono nell’indicare che le informazioni emotivamente rilevanti — e in particolare quelle che suscitano paura, indignazione o stupore — attirano e trattengono l’attenzione in modo molto più efficace di quelle che richiedono un’elaborazione razionale calibrata. Un sistema progettato per massimizzare l’engagement è dunque strutturalmente incentivato a privilegiare contenuti emotivamente attivanti rispetto a contenuti epistemicamente affidabili.

In questa prospettiva, l’ecosistema informativo digitale presenta alcune caratteristiche strutturalmente analoghe al genio maligno cartesiano: è un sistema che, indipendentemente dalle intenzioni soggettive dei suoi componenti, produce sistematicamente distorsioni nella percezione della realtà da parte degli utenti. Non si tratta di un ingannatore personale, dotato di volontà e intenzionalità; si tratta di un ingannatore sistemico, il cui effetto manipolativo emerge dall’interazione di incentivi economici, algoritmi di ottimizzazione e debolezze cognitive strutturali degli utenti. La domanda cartesiana — esiste qualcosa che resista a questo ingannatore? — è dunque attuale e urgente quanto mai.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).

Esplora altri articoli su questi temi