Il rapporto dell’intelligenza artificiale con il mondo del lavoro è un argomento caldissimo all’interno del dibattito contemporaneo. Se da una parte è ormai innegabile che la sempre più massiccia implementazione dei sistemi di IA in tantissime mansioni sta conducendo ad una repentina trasformazione delle stesse, dall’altra occorre notare che la ragione madre dello scetticismo, quando non dell’aperta opposizione, di larghi strati della popolazione riguardo la diffusione di questi sistemi tecnologici consiste proprio nella paura che un tale fenomeno condurrà ad un’epoca di disastrosa disoccupazione di massa. Un simile ragionamento viene frequentemente etichettato come infondato e superficiale, come una tipica argomentazione generata dalla disinformazione. Tuttavia, che sia giustificata o meno una simile confutazione, resta vero il fatto che sono in tantissimi a credere in quell’idea. Di conseguenza, questa comune avversione allo sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale non può essere trascurata con tanta sufficienza. Dopotutto anche Epicuro sosteneva, parafrasando un po’, che ciò su cui “tutti” concordano deve pur esser vero (almeno in parte). Chiedersi che cosa ne sarà dell’uomo-lavoratore lungo la strada evolutivo-tecnologica intrapresa dalla società è insomma più che mai lecito.
Molto spesso guardare indietro, affidandosi alla storia, è un’ottima decisione per far fronte ai dubbi posti dal presente. Il processo di trasformazione del mondo del lavoro causato dall’intelligenza artificiale sta facendo entrare tutti noi in una nuova Era, un’Era di rivoluzione profonda, in una nuova Rivoluzione Industriale.

Se proviamo a gettare uno sguardo sul passato, sulla Prima vera Rivoluzione Industriale, e ci imponiamo di non lasciarci condizionare dagli enormi benefici, portati solo successivamente al progresso umano, e a spese di moltissimi, noteremo come non emerga affatto uno scenario incoraggiante. Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, prima in Inghilterra e poi in tutta l’Europa, si assistette ad un cambiamento senza precedenti: il passaggio irrevocabile da un’economia basata nella quasi totalità su agricoltura e manifattura domestica ad un’economia fortemente industriale, fondata sulla fabbrica. Ora, se consideriamo che circa l’80% della popolazione di allora si trovava proprio impegnata in agricoltura e libero professionismo, possiamo agevolmente immaginare la portata di un simile mutamento societario.
Lavorare in fabbrica, primo simbolo di una meccanizzazione che non si sarebbe mai più arrestata e di cui l’IA è oggi nuova frontiera, significava non essere più un lavoratore, bensì diventare parte di un ingranaggio molto più vasto. Il lavoro si fece specializzato: nessun individuo da solo produceva alcunché, ma era solo attraverso la divisione in parti del processo produttivo e la conseguente cooperazione alienante dei singoli che nascevano nuovi oggetti. Gran parte dei liberi professionisti si trovò così al cospetto di una scelta gravosa: essere fagocitati dalla fabbrica e chiudere la propria attività? Oppure, impresa assai ardua, perseverare e tentare una concorrenza? Nonostante le orrende conseguenze della prima scelta, come orari di lavoro massacranti e ambienti sovraffollati, malsani e privi delle più basilari condizioni di sicurezza e dignità, essa si rivelò l’unica percorribile. A dimostrazione di ciò troviamo il fatto che da chi scelse la seconda, ormai esasperato per la crisi economica del settore privato, nacque il cosiddetto Luddismo.
Il termine deriva da Ned Ludd, che nel 1779 distrusse un telaio, simbolo della Rivoluzione Industriale e della morte della manifattura artigianale. Ago e Vidotto ci ricordano che: «I luddisti contrastavano il diffondersi della prima meccanizzazione … adottando come principale, anche se non unica, forma di lotta la distruzione delle macchine, nel cui impiego veniva individuata la causa fondamentale della disoccupazione e dei bassi salari».
Dunque il caso storico della Prima Rivoluzione Industriale porta per noi insegnamenti ancora importanti: ci ricorda che in presenza di mutamenti profondi nella società chi non vi si adegua velocemente, piaccia o no il nuovo assetto, resta emarginato; ci ricorda che i cambiamenti nel mondo del lavoro hanno un impatto imponente sulla stessa struttura della società; ci ricorda quanto lavorare sia importante per il compimento di ogni essere umano e per la sua dignità. Ma occorre fare attenzione, perché la rivoluzione portata con l’IA oggi presenta anche una novità assoluta per la nostra storia. Infatti tutte le precedenti rivoluzioni industriali hanno costituito un cambiamento nel modo di essere strumento produttivo dell’uomo, ma non hanno mai messo in discussione che l’uomo fosse lo strumento produttivo per eccellenza, che cioè potesse esserci produzione anche prescindendo dall’esistenza degli esseri umani. Dagli utensili in pietra della Preistoria ai computer nulla ha mai prodotto senza che fosse mosso dalla mano dell’uomo. Ma con l’IA tutto cambia: l’uomo si avvia gradualmente a diventare non più strumento ma semplice supervisore dello strumento, fino a che nemmeno questo ruolo sarà più necessario. Insomma, per la prima volta si fa concreta la possibilità del lavoro senza l’uomo.
Questa disumanizzazione non può che allarmare, e lo spettro della disoccupazione di massa non può che preoccupare tutti noi. Diviene quindi più che mai lecito domandarsi se si dovrà temere un nuovo Luddismo, molto più drammatico del suo predecessore. Infatti i disoccupati del tempo poterono comunque trovare in buona parte una salvezza andando a lavorare in fabbrica, data la sempre alta necessità di nuova manodopera. Mentre quale salvezza potranno trovare i disoccupati del futuro, non essendo più il lavoro un compito a loro deputato? Come si garantiranno un sostentamento finanziario?

All’argomentazione del senso comune avversa allo sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale basata sulla possibile disoccupazione che ne deriverebbe fa da contraltare un’altrettanto fortunata contro-argomentazione, secondo la quale l’IA farà sì morire tante mansioni, ma ne creerà altrettante di nuove. A mio avviso questa rappresenta tuttavia una prospettiva molto ottimista e tutta da verificare. Mi pare che soprattutto due elementi siano problematici: in una prospettiva futura più remota, come abbiamo già visto, il fatto che non sarà più necessario l’uomo al sistema produttivo, e che quindi non ci saranno affatto nuovi lavori; in una prospettiva futura più concreta compare invece il problema della formazione dei disoccupati. Un conto fu per le persone della Prima Rivoluzione Industriale passare dal produrre a mano al produrre mediante una macchina il medesimo oggetto, altro discorso sarà per le persone del futuro cambiare totalmente impiego, magari dopo decenni di esperienza, per andare a svolgere mansioni per le quali serviranno elevate competenze specialistiche, acquisibili solo con lunghi tempi di studio. Come si guadagneranno da vivere costoro durante questo percorso di “aggiornamento”?
Alla luce di tutto questo non saprei proprio come leggere le parole di Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, in un commento all’Osservatorio del Giugno dello scorso anno sul settore terziario: «Nel nostro Paese l’occupazione cresce grazie al terziario di mercato, cioè commercio, turismo, servizi, trasporti. Settori che, complessivamente, garantiscono oltre il 50% del totale degli occupati». Si tratta di parole sia interessanti che preoccupanti. Interessanti perché testimoniano una certa consapevolezza del mercato del lavoro, che va già virando verso mansioni che l’IA farà più fatica a sostituire. Preoccupanti perché denotano che praticamente l’altra metà degli occupati si trova impiegata nei settori primario e secondario, i settori dove invece l’utilizzo dell’IA si va facendo molto massiccio. La sostituzione di un operatore umano con uno robotico risulta infatti molto più agevole nell’ambito della produzione manuale piuttosto che in quello dell’accoglienza dei turisti o in quello immobiliare.
Per concludere, il rapporto dell’IA con il mondo del lavoro deve essere profondamente indagato e l’inserimento dei relativi sistemi ben meditato, per fare in modo che il progresso tecnologico sia sempre un aiuto all’uomo, mai un’alternativa. Immaginare un uomo senza lavoro è come immaginare un mondo senza l’uomo. Per evitare questo avvilente scenario si impone un quesito importante a tutti noi: sarà mai necessario porre un freno a questo incessante progredire?
Fonti
Ago Renata-Vidotto Vittorio, Storia moderna, Laterza, Bari-Roma 2004.
Confcommercio, Il terziario di mercato sempre più “motore” dell’occupazione, articolo a cura di Ugo Da Milano, link per la consultazione:
https://www.confcommercio.it/-/osservatorio-terziario-e-lavoro
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