Le interfacce cervello-computer stanno diventando così avanzate da riuscire a “intuire” quello che una persona sta per fare o pensare, ancora prima che ne sia pienamente consapevole.
I test clinici mostrano come sistemi sempre più sofisticati, impiantati anche oltre la corteccia motoria, riescano a decodificare intenzioni premotorie, stati cognitivi e perfino frammenti di dialogo interno. Questa espansione verso aree cerebrali legate alla pianificazione e al ragionamento apre la strada a nuove possibilità di diagnosi e trattamento dei disturbi psichiatrici. Consentirebbe anche di migliorare diverse tecnologie mediche come, ad esempio, nel caso di strumentazioni che permettono a persone paralizzate di controllare dispositivi in modo più rapido e preciso. Allo stesso tempo, però, si tratta di tecnologie che potrebbero essere all’origine di problemi importanti. Infatti, questi dispositivi possono leggere segnali intimi, personali, ma chi controlla questi dati? Come si evita che vengano utilizzati in modo improprio?
Questa problematica dei dati riguarda anche tutti quei prodotti di consumo basati su sensori EEG integrati in cuffie, fasce o dispositivi AR/VR, che stanno evolvendo grazie all’intelligenza artificiale, trasformando dati personali in informazioni commercializzabili su attenzione, stress o processi decisionali. L’assenza di standard regolatori robusti lascia spazio a un mercato in cui le aziende possono accedere, aggregare e vendere dati neurali e inferenze sensibili, incluse quelle su salute mentale e inclinazioni politiche.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (27/01/2025).

