Neuralink ha ricevuto l’approvazione della FDA per impiantare su un secondo paziente il suo chip cerebrale sperimentale. La nuova operazione mira a correggere i problemi riscontrati dopo il primo impianto avvenuto a gennaio su Noland Arbaugh, un uomo quadriplegico. Con il permesso federale per procedere con ulteriori impianti, Neuralink prevede di inserire i fili del chip più in profondità nel cervello del prossimo paziente. L’azienda intende impiantare chip fino a 10 persone entro la fine dell’anno.
Tuttavia, sono diversi gli esperti di neuroetica che sollevano preoccupazioni sulla trasparenza e l’etica della ricerca di Neuralink. Secondo Judy Illes, professore di neuroetica, le falle nel rapporto dell’esperimento sollevano domande fondamentali sulla condotta e la metodologia della ricerca. Paul Root Wolpe, esperto di bioetica, sottolinea l’importanza di condurre la ricerca con i più alti standard etici e di sicurezza.
Con l’evolversi dei progressi neurotecnologici, si diffonde sempre di più una forma di paura legata alla libertà e privacy del proprio pensiero. In un panorama del genere emerge sempre di più il concetto di “integrità mentale”.
Nell’articolo intitolato “Neurorights in question: rethinking the concept of mental integrity”, viene messo in discussione tale concetto per 3 motivi: il primo è che spesso il concetto viene espresso in modo così ampio da rendere le violazioni dei diritti troppo comuni, riducendo l’efficacia nel contrastare i danni. In secondo luogo, l’approccio basato sui diritti tende a sovrastimare l’importanza del consenso, lasciando spazio a interpretazioni errate sulla permissibilità dei neurointerventi. Terzo, esiste il rischio di confondere l’etica degli input e degli output cerebrali, perdendo così importanti sfumature concettuali. Il concetto di diritto all’integrità mentale potrebbe essere quindi superfluo, poiché le violazioni possono essere spiegate attraverso concetti già esistenti.
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