Le promesse iniziali fatte al Kenya dal settore dell’IA, illudendo di creare tanti posti di lavoro, hanno presto lasciato il posto a una realtà amara, dove le condizioni di lavoro risultano essere estremamente precarie.
Sembrerebbe che siano molti i lavoratori che si sono trovati a lavorare per ore in condizioni estenuanti, sotto-pagati e senza garanzie sul posto di lavoro. Le aziende tecnologiche statunitensi, in cerca di una forza lavoro a basso costo, hanno scelto il Kenya come hub per l’outsourcing delle attività necessarie per addestrare l’IA, come la classificazione di immagini e dati. Nonostante le promesse, i lavoratori, impiegati da società di outsourcing, guadagnano meno di quanto pagano le grandi aziende, che spesso non offrono contratti stabili.
Le accuse di sfruttamento sono gravi: salari che arrivano a pochi dollari l’ora e lavori che, se completati troppo velocemente, non vengono ricompensati. Inoltre, i lavoratori sono esposti a contenuti violenti e traumatici durante la loro attività, con conseguenze devastanti per la loro salute mentale. L’attivista Nerima Wako-Ojiwa denuncia le pratiche sleali delle big tech, sottolineando che, purtroppo, i governi locali, pur promuovendo il paese come centro tecnologico, non forniscono protezioni adeguate per i diritti dei lavoratori nel settore digitale. Di fronte a questa realtà, circa 200 lavoratori hanno avviato cause legali contro le società coinvolte, chiedendo risarcimenti per le condizioni di lavoro dannose.
Le aziende coinvolte, tra cui Meta e OpenAI, hanno dichiarato di impegnarsi a garantire condizioni di lavoro più sicure e salari più equi, ma le testimonianze di sfruttamento rimangono persistenti, con i lavoratori che chiedono maggiore supporto psicologico e riforme legali adeguate.
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Immagine generata tramite DALL-E 3.

