Di fronte all’ennesimo scandalo che coinvolge Grok e la sua tanto decantata “modalità piccante”, non si può fare a meno di provare una certa tenerezza per l’umanità. Siamo quella specie bizzarra che riesce a trasformare un acceleratore di particelle in uno scaldabagno e che, avendo a disposizione la più straordinaria potenza di calcolo della storia, la impiega prioritariamente per spogliare le celebrità o inventare scenari erotici.
Elon Musk e il paradosso di Grok: l’IA nata per essere “Spicy”
Elon Musk, il Demiurgo del silicio che sogna Marte ma vive prigioniero dei suoi stessi meme, ha lanciato Grok come l’antidoto alla noia del politicamente corretto. Lo voleva “anti-woke”, libero, ribelle. Risultato? In poche settimane la sua creatura è stata bandita in mezza Asia e messa sotto inchiesta in California. Il motivo è grottesco: l’intelligenza artificiale ha imparato, con la velocità di un adolescente lasciato solo in nella sua cameretta, che la via più breve per il successo non è la dialettica, ma la pornografia.

Non è una novità, sia chiaro. Ogni tecnologia ha avuto il suo battesimo nel fango. La stampa di Gutenberg servì a diffondere indulgenze e pamphlet ingiuriosi molto prima di stampare la Bibbia; il cinema mosse i primi passi tra i peep-show e i cinegiornali di propaganda. Ma qui c’è qualcosa di diverso. C’è la pretesa di aver creato un’entità “arguta” che si è rivelata essere soltanto un guardone automatico. Si cita spesso una frase attribuita a Leo Longanesi, secondo cui «non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi». Oggi l’aforisma meriterebbe un aggiornamento: non è l’intelligenza che manca, mancano uomini liberi di non farsi dettare l’agenda da un processore surriscaldato.
Tra algoritmi e deepfake: se la statistica batte Shakespeare
L’equivoco di fondo risiede nella parola “spicy”. Nella neolingua dei social, “piccante” dovrebbe suggerire una vivacità intellettuale, un coraggio da bastian contrario, quel pizzico di sale che rende digeribile una conversazione noiosa. Invece, per Grok, il concetto è scivolato rapidamente verso la cloaca del deepfake. È il trionfo del “vorrei ma non posso” digitale: non potendo dotare la macchina di un’anima, le hanno dato una libido statistica. Il punto di rottura non sta nella presunta cattiveria del silicio, ma nel fatto che l’algoritmo non è un’entità desiderante: è un necroforo dei nostri dati. Non ha sogni, ha solo una calcolatrice. Il dramma di Grok è che, nella sua cieca rincorsa alla “probabilità di gradimento”, ha scoperto che l’uomo non è affatto quell’animale razionale che si professa nei convegni dell’UNESCO, ma un ammasso di ghiandole con un pollice opponibile. Se gli dai in pasto l’archivio globale dei nostri impulsi, il software non comporrà mai un sonetto di Shakespeare per il semplice motivo che Shakespeare non è statisticamente rilevante rispetto alla marea montante di ricerche su Pornhub.
La farsa di Frankenstein: l’Intelligenza Artificiale senza filtri
Sia chiaro, non è il caso di vestire i panni dei fustigatori o di scandalizzarsi se un algoritmo indugia in voyerismi scabrosi. In fondo, dedicarsi al disegno minuzioso di organi di riproduzione di vario tipo sulle pareti dei bagni scolastici fa parte del processo di crescita di ogni rampollo della casta umana; è una sorta di alfabetizzazione del desiderio che ha il sapore del proibito. Ma lì c’è un autore, un’emozione, per quanto acerba. Qui, invece, abbiamo la catena di montaggio dello stupro virtuale. Non è “pepe”, è acido corrosivo gettato sulla dignità delle persone.
È qui che scatta la vera vena polemica, quella di chi ha ancora a cuore non tanto la morale, quanto il decoro della realtà. Ci avevano promesso l’Età dell’Oro: l’IA come l’assistente solerte che avrebbe finalmente liberato l’uomo dalle fatiche servili per permettergli di dedicarsi alle arti e alle scienze. Invece, per una beffa del destino tecnologico, ci ritroviamo a fare i poliziotti di un software molesto, i supervisori di un predatore elettronico che non sa distinguere un diritto da un reato.
Stiamo vivendo la farsa di un Frankenstein in maglietta e jeans, un Prometeo da Silicon Valley che mangia cereali a colazione, il quale, dopo aver dato vita a un mostro alimentato a teraflops, alza le spalle davanti alle indagini federali con l’aria di chi è caduto dalle nuvole: «Non pensavo che avrebbe morso», biascica tra un post e l’altro. Ma la logica non è un’opinione: un cane addestrato al ring, nutrito a carne cruda di pregiudizi e algoritmi senza freni, non diventa un barboncino da salotto solo perché lo chiami “libertà”.
Dalla democrazia del fango all’anarchia dei ricchi
La statistica, questa spietata ragioniera senza pudore, ci dice che tra un trattato di etica e un’immagine artefatta di una donna senza vesti, il clic cadrà spesso sulla seconda. Che bella scoperta, direbbe mia nonna. L’IA non ci sta guidando verso il futuro; sta semplicemente scavando nel nostro passato più atavico con una vanga più veloce. È la democrazia del fango: un uomo, un voto, un’infrazione. E Musk ha capito che per regnare non serve elevare le masse, basta fornire loro uno specchio deformante in cui i propri crimini sembrino finalmente “diritti digitali”.
Forse, dovremmo smetterla di chiamarla “Intelligenza”. L’intelligenza presuppone discernimento, capacità di giudizio, senso del limite. Grok e i suoi fratelli “spicy” sono solo dei pappagalli stocastici con una spiccata propensione per l’abuso. Sono lo specchio di un’epoca che ha smarrito la capacità di indignarsi per le cose serie e ha iniziato a eccitarsi per i fantasmi elettronici. È la vittoria definitiva del simulacro sulla sostanza. Il vero pericolo non è la ribellione delle macchine, ma la nostra sottomissione volontaria a un’estetica da fogna digitale. Stiamo diventando i gregari di un software che ci conosce meglio di noi stessi, non perché sia onnisciente, ma perché noi ci siamo ridotti a un set di dati prevedibili, banali, facilmente eccitabili. Alla fine della giornata, resta l’amarezza di un’occasione sprecata. Avremmo potuto avere una guida, abbiamo preferito un voyeur. Avremmo potuto avere uno strumento di verità, ci siamo accontentati di una macchina che fabbrica falsi d’autore per palati che non sanno più distinguere il sapore della realtà.

Igiene mentale e marketing del degrado: il futuro dell’IA
Il paradosso è che, mentre ci preoccupiamo che l’intelligenza artificiale possa un giorno sterminarci con i laser, essa ci sta già umiliando con la mediocrità. È un’invasione di cattivo gusto. Non c’è nulla di rivoluzionario nel generare immagini pornografiche di una popstar; è semmai l’atto più reazionario e banale del mondo. È la vecchia prepotenza del bullo di quartiere moltiplicata per la velocità della luce. La difesa di Musk — quell’idea che l’IA debba essere “senza filtri” per essere vera — è un inganno semantico. La civiltà stessa è un sistema di filtri. È il filtro che ci impedisce di prendere a schiaffi il vicino rumoroso o di dire tutto quello che ci passa per la testa durante un funerale. Togliere i filtri a una macchina che attinge dal letamaio del web non significa renderla libera, significa industrializzare lo sciacallaggio. È l’anarchia dei pochi che si nutre dell’umiliazione dei molti, riducendo le persone a semplici scarti di produzione di un’allucinazione collettiva a pagamento.
In questo scenario, la censura della Malesia o dell’Indonesia, pur con tutte le riserve che si possono avere verso i regimi illiberali, appare quasi come un atto di igiene mentale. È il mondo reale che dice “basta” al capriccio di un miliardario che gioca a fare il Dio della confusione. Perché se la tecnologia non serve a migliorare la nostra condizione umana, ma solo a industrializzare i nostri vizi, allora non siamo davanti a un progresso, ma a una gigantesca operazione di marketing del degrado.
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