1. L’età assiale
Karl Jaspers, in Origine e senso della storia (1949), definisce l’età assiale come una categoria filosofica e storica che rappresenta una svolta fondamentale nel cammino dell’umanità. Questo periodo, collocato tra l’800 e il 200 a.C., vede l’emergere di una nuova coscienza dell’essere umano: l’uomo si distacca dalla visione mitologica e sacrale della realtà per sviluppare un pensiero orientato alla riflessione etica, razionale e all’apertura verso una dimensione che supera il contingente, sia essa divina o legata a principi universali, indicata in senso generale come “trascendente”.
1.1. La rottura con il passato: dal mito alla riflessione
Jaspers identifica l’età assiale come il passaggio dall’interpretazione ciclica e mitologica del mondo a una visione storica e razionale. In questo periodo emergono nuove forme di pensiero: in Cina, confucianesimo e taoismo esplorano l’armonia con il Tao come principio universale; in India, le Upanishad e il buddismo indagano la liberazione dal samsara e l’illuminazione interiore; in Grecia, la filosofia razionale di Socrate, Platone e Aristotele affronta l’essere e il bene; in Israele, i profeti introducono una relazione etica e personale con Dio. Questa transizione segna l’inizio della riflessione critica: l’uomo inizia a interrogare il mondo, cercando una verità che trascenda il contingente.

1.2. Persona, razionalità e trascendenza
Un tratto distintivo dell’età assiale è l’attenzione alla persona come soggetto unico e irriducibile. In Grecia, Socrate, con il celebre «conosci te stesso», pone l’individuo al centro della ricerca morale; nella tradizione ebraica, il rapporto con Dio diventa un’esperienza personale, fondata sulla responsabilità individuale. Questo focus sulla persona apre alla riflessione etica: ogni individuo, nella propria unicità, contribuisce al bene comune.
Le civiltà assiali introducono un pensiero razionale che non abbandona la trascendenza, ma la integra come tensione tra finito e infinito, tra esperienza umana e un principio superiore. Platone, in Grecia, postula il Bene come realtà ultima; in India, le Upanishad esplorano l’identità tra Atman e Brahman; in Israele, i profeti proclamano un Dio unico e trascendente, guida verso la giustizia universale.
L’espressione di Sant’Agostino intimior intimo meo (Confessiones, III, 6, 11) si rivela particolarmente utile per illustrare come la trascendenza possa radicarsi nella profondità dell’essere umano. Essa sottolinea che l’interiorità funge da luogo di incontro con ciò che va oltre l’immanente, invitando l’essere umano a riflettere sulla propria relazione con il mondo e con l’infinito.
Jaspers non fa riferimento diretto all’espressione di Agostino, che esprime la tensione tra l’interiorità dell’individuo e l’apertura verso una dimensione trascendente. Tale dinamica, che attraversa le culture e le epoche, rappresenta il nucleo dell’età assiale, dove l’essere umano, pur radicato nel proprio contesto storico, inizia a interrogarsi sul senso ultimo dell’esistenza e sulla possibilità di una verità comune trascendente il contingente.
L’età assiale offre una bussola per affrontare le sfide della modernità: non solo come eredità storica, ma come richiamo a un’etica radicata nella responsabilità personale, ancorata al trascendente, capace di rispondere alla complessità del presente.
2. L’età dell’Intelligenza Artificiale: l’esternalizzazione del sapere e il rischio della passività
L’intelligenza artificiale segna un’epoca di straordinario progresso tecnologico, ma comporta rischi significativi per la condizione umana. Tra questi spicca l’esternalizzazione del sapere: competenze e decisioni un tempo proprie della mente umana sono delegate ai sistemi di IA. Sebbene ciò liberi l’uomo da molte incombenze, può indurre una passività esistenziale che ricorda la mentalità mitologica.
Jaspers, riflettendo sull’età assiale, descrive l’emancipazione dell’uomo da una visione mitologica verso una responsabilità attiva. In contrasto, l’era dell’IA rischia un ritorno a una condizione di dipendenza: le risposte degli algoritmi sono spesso accettate come verità incontestabili, riducendo l’uomo a un osservatore passivo di un’intelligenza esterna. Questo scenario inverte i progressi dell’età assiale, quando l’umanità sviluppò pensiero critico e capacità di trascendere il dato immediato.
Per evitare i rischi di passività e promuovere un uso consapevole dell’IA, è necessario richiamarsi ai principi fondanti dell’età assiale – persona, razionalità, trascendenza – che hanno orientato l’umanità verso una maggiore consapevolezza critica.
2.1. La necessità di un richiamo ai cardini dell’età assiale
Considerare l’IA un’entità onnisciente e incontestabile rischia di instaurare una nuova mentalità mitologica, in cui la tecnologia appare come una forza impersonale e inevitabile. Questo atteggiamento contrasta con la lezione dell’età assiale, che ha insegnato all’umanità a sviluppare consapevolezza critica. Per evitare una regressione, è fondamentale:
- Demistificare la tecnologia: riconoscere i limiti e le implicazioni dell’IA, evitando di trattarla come un’entità trascendente.
- Educare al pensiero critico: preservare la centralità dell’uomo come protagonista del sapere, capace di interrogare e sfidare i risultati dell’IA.
Jaspers vedeva nell’età assiale il momento in cui l’uomo si è assunto la responsabilità di interrogarsi sull’esistenza, sull’etica e sulla trascendenza. Oggi, per evitare la passivizzazione, è essenziale tornare a quei principi fondamentali:
- Centralità della persona: L’IA non deve esternalizzare il senso della persona. L’invito socratico «conosci te stesso» è attuale: la tecnologia deve servire l’uomo, non sostituirlo.
- Razionalità e trascendenza: Come nell’età assiale, è necessario riflettere sul significato dell’intelligenza e sul rapporto tra finito e infinito, umanità e tecnologia. Ridurre la razionalità umana a una copia delle capacità computazionali rischia di perdere la capacità di cercare significati più profondi.
- Responsabilità etica: Le scelte legate all’IA devono rimanere prerogativa dell’uomo. La domanda «Che cosa è giusto?» non può essere delegata agli algoritmi, ma richiede una riflessione consapevole e collettiva.
L’età assiale offre una bussola per affrontare le sfide dell’IA: demistificazione, pensiero critico, interiorità, trascendenza e responsabilità devono guidare la tecnologia verso un’etica che serva l’uomo, preservandone autonomia e dignità.
2.2. Riaffermare il senso critico e il controllo etico sull’IA
Come l’età assiale descritta da Jaspers, l’era dell’intelligenza artificiale rappresenta un momento cruciale per l’umanità. L’età assiale ha risvegliato la coscienza critica e la centralità del pensiero razionale aperto al trascendente; oggi, però, l’IA rischia di generare una nuova forma di dipendenza e passività. Questa dipendenza è spesso alimentata dall’adozione dell’IA in sistemi economici orientati al profitto, dove il capitale guida le scelte tecnologiche.
Ad esempio, l’impiego massiccio di IA nei settori industriali e del commercio digitale ha trasformato il lavoro umano, sostituendo mansioni ripetitive con sistemi automatizzati e centralizzando il controllo economico nelle mani di pochi attori globali. Le piattaforme di e-commerce e social media utilizzano algoritmi di intelligenza artificiale per analizzare i dati personali e massimizzare le vendite, ma spesso senza considerare l’impatto etico di tali pratiche, che possono ledere la privacy e rafforzare le disuguaglianze economiche.
Per evitare questa deriva, è indispensabile riaffermare il senso critico, che radica l’uomo nella sua interiorità, lo orienta verso valori universali e lo invita a riflettere responsabilmente sulle proprie scelte. Questo richiamo non è solo morale, ma anche pragmatico: integrare l’IA in un progetto umano che preservi autonomia, creatività e consapevolezza richiede una governance tecnologica etica, in grado di bilanciare l’innovazione con il rispetto della dignità e delle aspirazioni umane.
Solo così l’IA potrà servire non come uno strumento di sfruttamento economico, ma come un mezzo per affrontare le sfide globali e promuovere un progresso equo e sostenibile. In questo senso, il richiamo di Jaspers al primato della persona e della responsabilità etica si rivela più attuale che mai, offrendo una bussola per orientare l’uso della tecnologia verso il bene comune.
3. La forza trasformativa dell’interiorità
Un’interessante prospettiva sui cambiamenti introdotti dall’intelligenza artificiale è offerta nell’articolo di Maurizio Mori, Intelligenza Artificiale e secolarizzazione. Mori interpreta l’IA come un processo di naturalizzazione e secolarizzazione dell’essere umano, che contribuisce a una visione sempre più disincantata del pensiero e dell’intelligenza, un tempo avvolti da un’aura di trascendenza. Secondo questa lettura, la perdita del senso della trascendenza sarebbe un passaggio necessario per affrontare le sfide di un mondo sempre più tecnologico.
Tuttavia, è lecito domandarsi se la completa secolarizzazione e naturalizzazione dell’intelligenza costituiscano davvero l’antidoto ai rischi posti dall’IA. Forse, piuttosto che rinunciare al concetto di trascendenza e alla dimensione spirituale, è possibile leggerli in chiave progressista e non reazionaria. L’elemento spirituale, inteso non come ritorno a dogmi o tradizioni rigide, ma come apertura a un senso più ampio e alla ricerca di principi etici universali, potrebbe rivelarsi fondamentale per evitare la passività e l’accettazione acritica delle risposte tecniche. In questo modo, la spiritualità non si opporrebbe al progresso, ma lo orienterebbe, preservando la capacità dell’essere umano di interrogarsi sul significato delle sue creazioni e sul loro impatto sul futuro.
In questo contesto, risulta significativo richiamare l’esperienza culturale della rivista Esprit, fondata nel 1932 da Emmanuel Mounier. Essa proponeva il concetto di persona come cardine di una visione opposta ai totalitarismi, al capitalismo disumanizzante e al liberalismo vuoto di contenuti. La centralità della persona, come soggetto unico e irriducibile, si poneva allora – e si pone tuttora – come risposta a una società che non trova i propri riferimenti etici e spirituali. Questa prospettiva, con il suo richiamo alla dignità dell’individuo e al primato della comunità, offre una bussola per un’etica dell’intelligenza artificiale che sia davvero al servizio dell’umanità.
I cambiamenti rapidi e profondi indotti dall’intelligenza artificiale ci invitano a riformare la società secondo principi universali di giustizia e bene, che possano fungere da guida etica sia per chi assume una visione materialista della realtà, sia per chi riconosce una dimensione spirituale come fondamento dell’esistenza. L’etica dell’IA, infatti, si muove necessariamente in un contesto pluralista, aperto al dialogo tra diverse prospettive, come ho esplorato nella mia proposta di un’etica per l’epoca dell’intelligenza artificiale (IA-etica su palafitte), volta a offrire basi stabili e flessibili per affrontare la complessità del mondo contemporaneo.

I cambiamenti introdotti dall’intelligenza artificiale offrono l’occasione per ridefinire i fondamenti etici della società, unendo progresso tecnico e riflessione sui valori universali. Come osserva Francesco Varanini in Splendori e miserie delle intelligenze artificiali, la nostra intelligenza, profondamente radicata nell’esperienza e nella relazione, non può essere ridotta a una semplice simulazione computazionale. Per questo, è fondamentale coltivare il senso critico e la responsabilità personale, riconoscendo che le scelte etiche e morali non possono essere delegate alle macchine. Solo assumendoci pienamente il peso delle nostre decisioni possiamo evitare di perdere il controllo sul futuro e preservare la nostra capacità di orientare la tecnologia verso il bene comune.
Cicerone utilizzò il termine dignitas (De Officiis, Libro I, 106) innanzitutto per sottolineare l’eccellenza della persona umana innanzitutto rispetto agli altri viventi. Oggi, è necessario riaffermare tale concetto rispetto alle macchine. Il richiamo alla dimensione interiore può assumere una valenza trasformativa, opponendosi al pensiero della totale esternalizzazione del sapere, che tende a confondere l’informazione con la conoscenza. Quest’ultima, tuttavia, non può prescindere dall’esperienza incarnata e dalla riflessione personale.
Conclusioni: L’IA come nuova età assiale?
Come suggerito da Karl Jaspers nella sua riflessione sull’età assiale, le rivoluzioni storiche non avvengono in un vuoto, ma sono il risultato di interazioni tra innovazioni tecnologiche e trasformazioni culturali. Ad esempio, Jaspers fa riferimento al ruolo di elementi concreti come l’introduzione dei carri da guerra, che non furono solo strumenti tecnici, ma catalizzatori di cambiamenti più ampi nella società, favorendo nuove forme di organizzazione e di pensiero.
Analogamente, l’intelligenza artificiale potrebbe costituire l’incipit di una nuova età assiale, un momento di trasformazione profonda per l’umanità. Tuttavia è essenziale che l’IA non venga governata esclusivamente da logiche di profitto capitalistiche, ma sia inserita in un contesto che promuova una visione solidale e inclusiva del progresso. L’IA ha il potenziale per estendere le capacità umane, creare reti globali di saperi, ma solo se le sue applicazioni saranno orientate a beneficio di tutti, piuttosto che al consolidamento delle disuguaglianze economiche e sociali.
Al tempo stesso, non dobbiamo dimenticare ciò che è profondamente umano e unico: l’interiorità, la creatività e la dignità della persona. Questi tratti distintivi non possono essere replicati da macchine o algoritmi, e costituiscono il fondamento della nostra capacità di immaginare, riflettere e dare un significato alle nostre creazioni. Come nell’età assiale, che ha visto l’emergere di una coscienza critica capace di interrogare la realtà e trascendere il contingente, anche oggi è necessario un pensiero capace di andare oltre l’immediato e di considerare le implicazioni a lungo termine dell’IA.
Solo così possiamo sperare di costruire un’epoca in cui la tecnologia diventi un mezzo per realizzare un futuro più giusto, equo e sostenibile, senza sacrificare ciò che rende l’essere umano insostituibile.

