È ormai noto da diverso tempo il disprezzo di molti studenti e studentesse che frequentano le medie in USA nei confronti dell’uso dell’IA per valutare i compiti, percependola come forma inferiore di attenzione educativa.
A scatenare questa reazione vi è un recente ordine esecutivo presidenziale che impone l’integrazione dell’IA in tutte le classi K-12 americane per preparare la futura forza lavoro. Questa iniziativa è stata accolta favorevolmente dalla segretaria McMahon, nonostante le sue precedenti posizioni contrarie all’intervento federale nell’istruzione.
Difatti, sebbene numerose scuole stiano già implementando l’IA senza adeguate garanzie sulla privacy o considerazioni pedagogiche, evidenziando, come afferma Molnar, come questa tecnologia venga imposta senza fornire alle scuole gli strumenti per valutarne l’utilità. In tal senso, inoltre, non esistono prove concrete che l’IA migliori l’apprendimento. Difatti, uno studio condotto su studenti turchi dimostra che coloro che hanno studiato con metodi tradizionali ottengono risultati migliori rispetto a chi ha utilizzato l’IA, quando valutati senza l’utilizzo della tecnologia.
I genitori intervistati, dunque, esprimono preoccupazione per l’uso dell’IA nelle scuole elementari. Friedman afferma che promuove “un perfezionismo superficiale senza sviluppare gli strumenti per un vero pensiero critico”. Dopo le difficoltà sociali causate dalle chiusure scolastiche durante la pandemia, Jessica Grose trova incomprensibile che si continui a sottovalutare l’importanza delle relazioni umane nell’apprendimento. Contrariamente a quanto affermano alcuni leader tecnologici, nulla riguardo all’IA è inevitabile: spetta agli esseri umani decidere come utilizzarla in ambito educativo.
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