Il linguaggio non si limita a descrivere la realtà, ma contribuisce a plasmarla. Un esempio è rappresentato dal di Lidia Poët, la prima donna laureata in Giurisprudenza in Italia, esclusa dalla professione forense nell’Ottocento perché la legge non prevedeva il termine “avvocata”. Lo stesso meccanismo si ripropone oggi, in nuove forme, attraverso le tecnologie AI, che assimilano e amplificano pregiudizi culturali radicati nel linguaggio.
Gli assistenti vocali, ad esempio, adottano voci femminili per ruoli di servizio e voci maschili per incarichi professionali, rafforzando stereotipi di genere. Anche i software di IA generativa rivelano bias significativi. Infatti, diversi test sperimentali hanno evidenziato che le figure dirigenziali vengono associate a uomini bianchi, mentre ruoli come quelli dell’insegnante vengono attribuiti a donne.
L’influenza del linguaggio è evidente anche nelle scelte politiche, come la negazione del genere X da parte dell’amministrazione Trump, che ha contribuito a escludere chi non si riconosce nel genere binario. Le parole e gli algoritmi non sono neutrali: riflettono e consolidano visioni del mondo che possono limitare l’inclusione e l’equità sociale.
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