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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

L’intelligenza artificiale nel processo di razionalizzazione. Alcune riflessioni a partire da “Dialettica dell’illuminismo” di Horkheimer e Adorno

Dialettica dell'Illuminismo

Introduzione

Si fa un gran parlare del curioso interesse che la figura del filosofo suscita nelle aziende che sviluppano o utilizzano l’ampio spettro delle intelligenze artificiali. Il compito che tali profili sarebbero in grado di svolgere meglio di altri inerirebbe, in senso lato, al campo dell’etica. Dall’allineamento ai valori alla definizione del comportamento e del tono dei modelli, dal contrasto ai bias all’epistemologia e ontologia dei dati, la formazione filosofica, in quanto promotrice di senso critico, capacità di analisi, consapevolezza storico-culturale, forma mentis logica, costituirebbe insieme ad una conoscenza tecnica approfondita, un inestimabile bagaglio culturale che permetterebbe di svolgere al meglio tali lavori.

Ora, è senz’altro una buona notizia che finalmente si rompa quel pregiudizio che guardava alla filosofia come ad una disciplina astratta e inutile. Tale narrazione, tuttavia, nel rendere funzionale la figura del filosofo allo sviluppo tecnico, rischia (più o meno consapevolmente) di ridurre quello sguardo critico che si riconosce come principale portato del sapere filosofico a mero esercizio retorico.

È in quest’ottica, dunque, che maturare una consapevolezza storico-critica sulla razionalità algoritmica che sottostà ai vari modelli di intelligenza artificiale risulta indispensabile affinché i filosofi in azienda non vengano usati come specchietto per le allodole per placare le coscienze critiche della società.

Esistono già ottimi lavori in italiano che si sono prefissi proprio questo compito, tracciando una vera e propria genealogia della razionalità algoritmica[1]. Molto più modestamente ciò che intendo svolgere in questo breve articolo è una serie di considerazioni sull’intelligenza artificiale a partire dall’inquadramento concettuale sul processo di razionalizzazione svolto da Horkheimer e Adorno nell’opera Dialettica dell’illuminismo[2].

Il dominio della ragione calcolante

Opera controversa e radicale, dai tratti tragici e romantici, Dialettica dell’illuminismo è un testo che, come osservato da Carlo Galli[3], nel riconoscere un’ambivalenza originaria e strutturale della ragione,   non può essere tuttavia bollato come mera resa all’irrazionalismo. L’intento è semmai quello di illuminare il pensiero razionalistico dall’interno: rendere evidenti le contraddizioni a cui il progetto illuministico (non inteso in senso storico, ma genericamente come logos, ratio) rischia di andare incontro.   

Se l’immagine classica che l’illuminismo offre di sé è quella di una fuoriuscita dal sapere mitico in favore di un sapere razionale – in quanto rispecchiantesi nella logica matematica e formale della scienza – ebbene, i tratti salienti del sapere mitico, per Horkheimer e Adorno, permangono intatti nella concezione illuministica. Così come il mito intendeva allontanare la paura dell’ignoto costruendo una narrazione ciclica ed eterna entro cui collocare tutta la realtà (passata, presente e futura) così la ragione illuministica nel ridurre il reale al calcolabile, formalizzabile, logicizzabile finisce per perpetuare la stessa logica di dominio: “Il mondo come gigantesco giudizio analitico, il solo rimasto di tutti i sogni della scienza, è dello stesso stampo del mito cosmico, che associava al ratto di Persefone la vicenda della primavera e dell’autunno”[4].

Nel discorso mitico come in quello razionale, cioè, la natura, lungi dal rivelarsi nella sua spontaneità, viene inglobata e circoscritta entro uno schema precostituito. Se da un lato, il rispecchiamento degli eventi in una narrazione mitica o nelle forme della ragione permette di allontanare la paura dell’ignoto, rendendo la natura più docile e prevedibile, dall’altro, tale logica di dominio è proprio ciò che impedisce di comprendere l’essenza del reale.   

La ragione sostituisce il mito, dunque, non perché né sovverta il paradigma, ma perché si dimostra più efficace nel perseguire il compito di fornire un quadro di riferimento entro cui collocare gli eventi.  

Il pensiero dell’illuminismo viene allora a configurarsi per i due autori come una costruzione ideologica pienamente funzionale allo sviluppo tecnico e scientifico. La ragione calcolante, ripetitiva e circolare si presta mirabilmente allo scopo di guidare l’azione nella costruzione di una società orientata alla produzione e allo sviluppo capitalistico.

In tal senso, dunque, per Horkheimer e Adorno, l’automazione del lavoro intellettuale non è che la logica conseguenza di tale paradigma: “Il pensiero si reifica in un processo automatico che si svolge per conto proprio, gareggiando con la macchina che esso stesso produce perché lo possa finalmente sostituire.”[5]

Ora, come anticipato, Dialettica dell’illuminismo è un saggio attraversato da alcune idee folgoranti, ma da una certa imprudenza terminologica. Ci pare infatti che non si tenga sufficientemente conto delle molte differenze e strade possibili che attraversano il pensiero occidentale. Ciò non toglie che nel loro linguaggio provocatorio ed evocativo i due autori abbiano colto alcuni aspetti particolarmente interessanti nello scenario attuale.  

Dal calcolo simbolico all’apprendimento automatico

Se Dialettica dell’illuminismo non rende giustizia dei vari tentativi dislocati nel corso della storia del pensiero occidentale di pensare ad una ragione che si sottrae ad una logica escludente e rappresentativa di puro dominio, essa coglie invece molti aspetti della cosiddetta razionalità algoritmica che sottostà ai modelli di intelligenza artificiale.  

Come osservato tra gli altri da Lorenzo de Stefano[6], il tentativo di formalizzare procedure al fine di ottenere determinati risultati ha origini tutt’altro che recenti. I prodromi di una razionalità algoritmica si possono riscontrare, infatti, già nelle risoluzioni di problemi matematici legati alla pratica di rituali nell’antica civiltà babilonese o nella comprensione cosmologica dell’antica Grecia. È però in epoca moderna che tale approccio formale e procedurale si struttura come radicale tentativo di ridurre il pensiero a calcolo matematico e probabilistico in autori come Hobbes e Leibniz e poi ulteriormente perfezionato dai contributi di Eulero, Bayes e Boole.

Tale formalizzazione del sapere scientifico si articola intorno ad un’analogia sempre più esplicita tra l’uomo e la macchina, che, se da un lato, permette di costruire artefatti tecnici che esternalizzano e implementano varie attività umane, dall’altro, finisce inevitabilmente per influenzare la comprensione dell’umano in funzione di quella della macchina e viceversa[7].        

L’avvento dell’intelligenza artificiale si colloca dunque come esito di questo sviluppo scientifico e tecnico, che nel corso dei secoli ha visto prevalere una visione formalistica, logicistica e strumentale del sapere e che si è reso possibile da una fruttifera analogia tra l’uomo e la macchina.  

Ora, se la vecchia intelligenza artificiale simbolica ricalcava in buona misura il sogno leibniziano di formalizzare il ragionamento umano attraverso una rappresentazione simbolica del mondo, le AI di seconda generazione, spostando il baricentro della razionalità computazionale dalla manipolazione di simboli all’apprendimento di regolarità nei dati, portano con sé una trasformazione della stessa razionalità algoritmica.

Non si tratta più, infatti, di formalizzare il ragionamento umano attraverso un linguaggio simbolico, ma di esternalizzare lo stesso processo di formalizzazione di regolarità e procedure. Si passa cioè da un modello deterministico, in cui il processo è interamente tracciato a priori, ad una razionalità emergente e relazionale, guidata dalla capacità dei modelli di auto-configurarsi attraverso la ricerca di correlazioni nei dati.  

Che il fine di queste nuove architetture (almeno nelle intenzioni di chi le ha create) sia quello di potenziare il progetto di un dominio della razionalità calcolante e strumentale sulla natura e con esso alimentare lo sviluppo capitalistico pare evidente, che il risultato atteso si verifichi secondo le aspettative non è prevedibile, dato che il processo di individuazione dei pattern rimane in larga misura incomprensibile agli esseri umani.    

Quel che ci interessa sottolineare, però, è che con le AI di nuova generazione il monito di Horkheimer e Adorno circa la possibilità di una piena automazione del pensiero si fa quantomai pregnante.

L’organicità della mente

Come detto, Dialettica dell’illuminismo è un libro che non va letto in senso irrazionalistico, anche il rischio paventato di una piena meccanizzazione dell’attività cognitiva, s’inscrive nello spirito critico che allude sempre ad un’alternativa possibile. È del resto l’intero impianto dell’opera a richiamare il lettore ad una consapevolezza circa la deriva formalistica forzatamente imposta che sottostà al possibile esito tecnocratico.

Resistere ad un simile approdo significa dunque porre l’accento sull’organicità della mente umana, che la razionalità algoritmica è ben lungi dal poter replicare. Riflettere sull’organicità della mente non significa solo insistere sulla relazione inscindibile tra mente e corpo, ma altresì rilevare che la mente si costituisce come l’orizzonte originario e unitario all’interno del quale ogni ente, e la sua stessa base biologica (il cervello), manifestano la propria coappartenenza.

È una lezione che la filosofia ha appreso molto bene: dalla svolta trascendentale kantiana all’idealismo classico tedesco, dalla fenomenologia al neo-parmenidismo italiano, sempre più chiaramente, la mente si mostra come un’apertura originaria sull’essere più che un’istanza rappresentativa.

Pensare, in tal senso, non coincide con un atto, un movimento, un’azione modificatrice o una computazione, ma con la contemplazione di una realtà che non deve essere messa in forma per essere compresa. Non un misticismo passivo, ma una contemplazione attiva, che, nel rilevare la parzialità e formalità della ragione logico-formale, si fa custode di quella organicità della mente che è apertura originaria sull’essere.  

A meno che non si giunga ad una vera e propria clonazione dell’essere umano, dunque, nessuna intelligenza artificiale potrà mai essere intesa come piena automazione del pensiero umano. Il rischio però sta ancora una volta nell’imporsi del pensiero logico-formale come unico orizzonte di senso.

Ecco, allora, che l’interesse per la filosofia suscitato da aziende e pubbliche amministrazioni può essere una grande opportunità di immettere nel mondo economico quella massa critica che permetterebbe di far maturare un minimo di consapevolezza e scetticismo su quella ragione formale, che guida lo sviluppo capitalistico.   

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).


[1] Tra i molti contributi si segnalano in particolare: M. Pasquinelli, Nell’occhio dell’algoritmo. Storia e critica dell’intelligenza artificiale, Carrocci, Roma 2025; L. De Stefano, “La razionalità algoritmica. Elementi per una genealogia”, Mechane, n. 8, 2025, pp. 75-104.

[2] M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 2010. 

[3] Cfr. C. Galli, Introduzione, in M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 2010. 

[4] M. Horkheimer, T. W. Adorno, Ivi, p. 35.

[5] Ibidem, p. 33.

[6] L. De Stefano, Ivi, 88ss.

[7] Cfr. L. De Stefano, La mente esteriorizzata. Per una critica genetica dell’Intelligenza Artificiale, in “Lo Sguardo” n. 36, 2023, pp. 255-284.

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