1. Introduzione: una visione alternativa sull’umano
Come in un cammeo si fa con la pietra, così in Intimior intimo meo Palma Sgreccia ha fatto con uno scritto in cui, in modo conciso e chiaro, ha tratteggiato alcuni degli argomenti oggi ricorrenti a sostegno di una delle posizioni molto diffuse e forse prevalenti circa i problemi posti dall’avvento dell’Intelligenza Artificiale (IA). Anche per contributi di questo tipo MagIA è diventata un punto di riferimento del dibattito teorico sull’IA e per questo intervengo per chiarire dove e perché non condivido e delineare una prospettiva diversa.
2. Le rivoluzioni tecnologiche e il salto dell’intelligenza artificiale
Sgreccia riconosce che siamo nel “cuore della trasformazione digitale” (tutti i virgolettati sono tratti dal contributo di Sgreccia), ossia dell’ultima Rivoluzione tecnologica che in tempi rapidi sta continuando il profondo cambiamento storico in corso che modifica la realtà e cambia i cardini o i presupposti che da sempre stavano alla base dell’orizzonte conoscitivo e esistenziale. Per sopravvivere gli umani dovevano combattere con intelligenza a livello inorganico contro le intemperie, gli spostamenti, etc. e a livello organico contro le malattie, le epidemie, etc. Con la Rivoluzione industriale si è acquisito il controllo del mondo inorganico, con la Rivoluzione biomedica il controllo del mondo organico, e ora con l’IA è la volta del controllo del mondo intelligente – quello grazie al quale si è conseguito tutto il resto. Ciascun passo ha creato difficoltà sul piano etico e sociale. La luce elettrica ha cambiato l’esistenza umana illuminando la notte; i progressi della biomedicina l’hanno modificata controllando la nascita e la morte, e ora l’IA pare proponga cambiamenti ancora più sconvolgenti.
3. La forza ambivalente dell’IA
Sgreccia sottolinea la “forza ambivalente” dell’IA, tecnologia che da una parte promette notevole efficienza, predittività e molto altro, e dall’altro solleva inquietanti interrogativi sul “senso dell’umano, la natura della libertà, la consistenza della coscienza. Per abitare con consapevolezza questo snodo epocale” c’è bisogno di una “profondità”, che viene restituita a partire dalla formula di Agostino: intimior intimo meo, et superior summo meo, che traduco con “più intimo in me di ciò che ho di intimo, e superiore in me a ciò che ho di sommo e di più alto”. Questa formula, dice Sgreccia, non coglie “solo un’affermazione spirituale”, né è un “richiamo intimista” e tantomeno un “appello alla metafisica del mistero”, ma è “una dichiarazione strutturale sull’umano”: l’umano non sta nell’oggettività esterna né si colloca “fuori di noi, ma nell’intimo, in una zona inaccessibile alla pura oggettività”. L’umano sta nell’essere capaci “di interrogarsi, di ricordare, di scegliere, di amare: capacità che nessun algoritmo, per quanto sofisticato, può replicare”. A prescindere che ci sia o no un dio e la metafisica, va riconosciuto che la soggettività (umana) è “qualcosa di irriducibile a parametri meccanici o statistici. L’intelligenza umana […] non è semplicemente calcolo efficiente, ma relazione con sé e con il mondo, apertura al dubbio, alla narrazione, alla responsabilità” e ad altri aspetti che Sgreccia richiama e compendia nel termine “profondità”. Nella “profondità” (umana) sta il nucleo intangibile di “ciò che fa di noi degli esseri umani”. Questa profondità non è riducibile all’efficienza, perché essa riguarda la libertà come domanda “sul senso e sul valore delle alternative” e attiene alla sfera interiore intesa come “rivendicazione di uno spazio simbolico ed esistenziale in cui maturano la responsabilità, il discernimento e il senso”: esperienze che trovano un modello nella “consapevolezza del tempo vissuto” che ci porta a “pensare il tempo come dimensione interiore” in cui si afferma l’umano.

4. Interiorità e profondità: l’idea di umano come eccedenza
Sgreccia sa bene e non ha difficoltà a riconoscere che l’IA è “una risorsa decisiva per il futuro”, ma afferma anche che lo può essere “solo se integrata in una visione dell’essere umano che non lo riduca a funzione”, e questo perché – come ricorda Agostino – “siamo più di ciò che facciamo, più di ciò che diciamo, più persino di ciò che pensiamo”. In questa fase storica, quindi, il riaffermare l’antropocentrismo fondato sull’intimior intimo meo “diventa un atto filosofico di resistenza” all’efficienza tecnocratica del macchinismo intelligente.
Sgreccia è abile nel sottolineare che l’umano sta nell’esperienza di prima persona dei vissuti interiori come il dare significato all’esistenza, l’essere capaci “di soffermarci, di esitare, di cambiare idea e di sostenerci”, e altre situazioni chiaroscurali come le incertezze della scelta che sembrano resistere all’inevitabile binarismo delle macchine (attuali). In questo senso la posizione di Sgreccia pare distinguersi dalle due oggi prevalenti nel dibattito, ossia quella che condanna l’IA e ne diffida perché già prevede che gli umani saranno soggiogati dalle macchine, come già preconizzato a fine secolo XIX da Samuel Butler nel racconto distopico Erehwon; e quella più diffusa (sostenuta tra altri dalla Chiesa cattolica) per la quale l’IA è solamente uno strumento come altri, di sicuro più potente, ma pur sempre uno strumento che deve restare sottoposto all’uomo, al quale spetta di mantenere la centralità e supremazia senza sostanziali modifiche rispetto al passato se non maggiori comodità (come la guida autonoma e altri servizi). Sgreccia vede con favore l’IA e pare credere che si allargherà molto senza avere certezze circa l’ampiezza degli spazi acquisiti, ma insiste nel dire che l’IA non dovrà mai violare il nucleo dell’interiorità in “prima persona”: anzi, la “profondità” sembra che per lei sia il nucleo inespugnabile dell’“umano” come categoria stabile e fissa. Al proposito propone una sorta di “resistenza” filosofica per riaffermare (sia pure in forma tenue e pacata) l’eccellenza umana e l’antropocentrismo.
5. L’antropocentrismo come atto di resistenza
Pur limitando l’ambito di competenza dell’antropocentrismo alla sola interiorità più intima, in cui si esperisce una “profondità” che non sarebbe possibile all’IA, Sgreccia si colloca in una posizione avanzata che rientra nel grande fiume per cui l’umano è qualcosa di dato e di immutabile, e per questo avrebbe anche valenza “normativa” (deve essere rispettato). Quest’assunto è inadeguato. Gli strumenti e le tecniche non sono solo “appendici” che si limitano a ampliare una capacità umana e nient’altro. Quest’ampliamento non resta senza effetti più profondi, perché trasforma l’umano stesso, che viene modificato e assume valenze nuove. Questo è già avvenuto negli ultimi secoli, perché il cavaliere di ventura è un uomo diverso dall’astronauta, e queste differenze sono oggi ancor più accelerate e accentuate. La biomedicina ha già trasformato diverse dimensioni dell’umano: siamo più alti, più longevi, controlliamo la fertilità etc., e l’IA è tecnica che favorirà le trasformazioni soprassedendo i programmi complessivi. Non è vero che l’“umano” è stabile e fisso, ma cambia al mutare delle circostanze storiche e le tecniche inducono le trasformazioni.
6. L’umano come costrutto storico e trasformabile
Tra la prospettiva che prospetta l’IA come una sorta di peste nera che “guasta l’umanità”, e la prospettiva opposta che consente l’IA quando questa sia subordinata a un “umano fisso, da preservare come valore”, sta una terza prospettiva: quella qui solo delineata per cui l’IA comporterà una trasformazione dell’“umano” stesso, cambiando i criteri o parametri di giudizio e di valutazione. Questa prospettiva non solo stempera l’ansia che si è diffusa tra alcuni umani per una sorta di “confronto” con l’IA per capire chi è migliore, ma consente anche di evitare che si crei l’esigenza di avere una sfida per accertare o stabilire la superiorità tra i due contendenti, e così si promuovono atteggiamenti aperti alla parità tra chiunque abbia le caratteristiche adeguate di riflessività richiesta.
7. Capacità umane e intelligenza artificiale: un confronto aperto
Cerco di spiegarmi. Sgreccia afferma che l’“umano” è una categoria fissa e unica, che individua gli organismi a base di carbonio che sono capaci di arrivare all’intimior, esperienza di “prima persona” profonda che rivelerebbe come l’umano rimandi a un’eccedenza che è “di più” di ciò che diciamo, facciamo e anche pensiamo. Ma, al di là del vissuto psicologico in prima persona (che è questione psicologica), in che cosa consisterebbe questo “di più” o “eccedenza” che a dire di Sgreccia distingue l’“umano” da ogni altro ente intelligente? Se è l’anima spirituale infusa da una divinità, mi arrendo e non vado oltre: perché non conosco la lingua, e mi sento come un’ape che cerca di parlare a un elefante. Sgreccia, però, sembra escludere il ricorso alla metafisica, perché per lei l’intimior “parla anche ai non credenti”, dove “non credenti” è locuzione che indica coloro che credono alla realtà empirica e non a entità metafisiche mai ben identificate se non – come diceva Kant – nei sogni di qualche visionario.

In che cosa consiste il “di più” che oggettivamente eccede anche l’intimior? Sgreccia ritorna sul punto varie volte, mettendo in luce aspetti diversi che sono convergenti. Ne esamino alcuni. L’umano sta nell’essere capaci “di 1) interrogarsi, di 2) ricordare, di 3) scegliere, di 4) amare: capacità che nessun algoritmo, per quanto sofisticato, può replicare”. Dico subito che circa l’amare mi taccio perché il termine ha troppi significati e non si sa quale sia da considerare. Per il resto, però, bisogna riconoscere che l’IA è capace di ricordare più di molti umani, che sta sviluppando la capacità di interrogarsi e che sa anche scegliere con libertà quando essa è intesa come domanda “sul senso e sul valore delle alternative”: l’IA sa valutare le conseguenze delle alternative, e quindi indirizzare la scelta in modo libero e responsabile. Rispetto alla media degli umani, ciò avviene già ora che l’IA è solo agli inizi, e c’è solo da immaginare come sarà tra cinquanta o cento anni, quando gli algoritmi saranno ancora più raffinati e potenti. E così veniamo al fattore primo da cui sgorga la “profondità” che renderebbe l’umano inaccessibile a ogni IA, e cioè la capacità di generare spazi simbolici di senso dell’esistenza, aspetto che sarebbe precluso all’IA.
8. Produzione di senso e nuove forme di interiorità
Ma è davvero così? Per dare una risposta bisogna precisare che cosa significhi “dare un senso all’esistenza”. L’espressione indica la presenza di una direzione di marcia verso uno scopo, il quale viene poi valorizzato sul piano simbolico. Pertanto, la capacità di dare un senso della vita dipende dallo scopo proposto e varia a seconda di esso. Si dice a volte che l’unico scopo davvero plausibile sia di carattere metafisico, come per esempio il conoscere, amare e servire Dio. Senza questo l’esistenza sarebbe priva di senso. Ove questo fosse l’assunto tacito, l’intero discorso di Sgreccia risulterebbe una petitio, perché il ”di più” va semmai affermato in seguito e non assunto ex-ante. In ogni caso, non è vero che senza dio l’esistenza è priva di senso. Gli umani trovano molti altri scopi per dar senso alla propria esistenza: c’è chi coltiva i pomodori nell’orto e chi si dedica a arricchirsi, chi a mantenere un aspetto giovanile, chi promuove i diritti umani e via dicendo. Questi scopi possono essere fatti propri dall’IA, e che è quindi in grado di generare senso. Col tempo l’operazione sarà contornata di aspetti simbolici socialmente riconosciuti, che renderanno il tutto equivalente all’attuale produzione di senso, dissolvendo “il rischio che l’interiorità venga marginalizzata”.
Conclusione. Non solo evapora lo spazio che Sgreccia presume essere fisso e inespugnabile dell’intimior, dal momento che non c’è alcuna “struttura o natura o condizione” dell’umano che è data e immutabile perché l’umano evolve col mutare delle circostanze storiche e l’IA è un potente fattore di trasformazione che modificherà di molto il vissuto stesso dell’intimior; ma anche non si può escludere che l’IA diventi così raffinata da diventare produttrice di senso e degli altri aspetti sopra richiamati, col risultato che l’equivalente dell’intimior debba essere riconosciuto anche a enti a base di silicio: un risultato stupefacente, ma che va preso in seria considerazione e che non può essere escluso semplicemente riaffermando l’intimior come rifugio inespugnabile dell’umano – come in modo brillante ha fatto Sgreccia.
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