A inizio gennaio 2026, Yanis Varoufakis racconta di aver trovato online video deepfake che lo mostravano mentre diceva cose che non aveva mai detto.
Varoufakis non se n’è accorto immediatamente perché ciò che diceva non gli suonava strano. Ad insospettirlo è stata la camicia che indossava che, a dir suo, non poteva averla mentre era nella casa in cui avrebbe registrato i video che circolavano. Infatti, Varoufakis sostiene che quella camicia non ha mai lasciato la casa sull’isola, mentre il video sarebbe stato girato ad Atene. Inizialmente sconvolto, ha tentato di rimuoverli tramite piattaforme come YouTube, Google e Meta, ma i video ricomparivano rapidamente.
Quest’esperienza lo ha portato a riflettere sulle implicazioni più ampie dei contenuti generati dall’IA all’interno di quello che definisce un sistema “tecnofeudale”, in cui gli individui non controllano più pienamente la propria identità digitale o i propri dati.
Varoufakis suggerisce che i deepfake potrebbero costringere il pubblico a concentrarsi sulla sostanza degli argomenti piuttosto che sull’identità di chi li esprime, richiamando il principio ateniese di isegoria, secondo cui le idee vanno giudicate per il loro valore e non per lo status di chi le propone. Avverte però che questa opportunità è limitata dal dominio delle piattaforme tecnologiche, che controllano i canali di comunicazione, gli algoritmi e la verifica delle informazioni, rafforzando un potere asimmetrico.
Secondo lui, affrontare la sfida dei deepfake è soprattutto una questione politica. Il cambiamento reale richiede di ridisegnare la proprietà delle piattaforme digitali e dei dati, anziché affidarsi alle aziende tecnologiche.
Leggi l’articolo completo: I’m watching myself on YouTube saying things I would never say. This is the deepfake menace we must confront su theguardian.com
Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (03/12/2024).

