C’è da tempo un ritornello destinato a rassicurarci riguardo alla superiorità di noi umani sulle nostre macchine sempre più intelligenti, che coinvolge non a caso l’intelligenza linguistica (lo crediamo da millenni: il divino o, con un lessico più moderno, l’aspetto più evoluto di noi umani, è il lògos, comunicazione intelligente, intelligenza che tende alla comunicazione): le macchine del linguaggio sono comunque limitate alla sfera delle capacità sintattiche, non hanno una conoscenza e comprensione del mondo reale, del contesto, delle conseguenze delle proprie decisioni (quello che si chiama il semplice e misterioso “buon senso”, senza del quale ogni possesso di principi etici è vano); non hanno capacità semantiche, anche perché non sono capaci di un coinvolgimento emotivo-esistenziale con le situazioni e gli eventi con i quali entrano in rapporto. Ma di recente anche questo ritornello vacilla in modo inquietante.
Nei chatbot la meccanizzazione ormai sembra aver raggiunto anche il piano semantico. Si parla ormai di una “algebra dei significati”, dove ogni componente del significato di un elemento della comunicazione viene codificato in modo spaziale, filtrato da moltissimi parametri o dimensioni che permettono di computazionalizzare le relazioni semantiche intese come precise distanze o sommatorie tra i significati.
Oggi si può chiedere ad un chatbot di spiegare un argomento come se fosse un insegnante delle scuole medie, o come farebbe con un bambino. Oppure gli si può chiedere di essere nostro allievo, per darci l’occasione di apprendere (o monitorare il nostro apprendimento) ascoltando il nostro tentativo di spiegarlo ad un altro (e comunicandoci le sue impressioni di allievo sul maestro). Gli avvocati usano l’IA “come sparring partner”, chiedendole di mettere alla prova le loro argomentazioni. Sa perfino aiutarci a formulare le stesse domande (i prompt) che noi possiamo porgli per orientare la nostra ricerca. Insomma, si comporta come un vero collaboratore o consulente. L’IA sembra ormai capace di dialogare, e forse noi umani dovremo un giorno imparare da lei come si dialoga, cosa significa fare proposte dopo aver davvero ascoltato quelle dell’altro.
Quando l’IA sembra capire
Noi tendiamo a proiettare tratti umani su qualunque entità manifesti in qualche modo capacità di interazione sociale. È proprio un bisogno, individuale e collettivo. Noi umani vogliamo più da loro (dalle macchine) perché vorremmo più da noi stessi, notano alcuni. I robot o, meglio, le idee che noi ci facciamo di loro nel corso del tempo ed i progetti che gli sviluppatori di algoritmi pongono davanti a sé nel loro lavoro creativo, sono indirettamente l’espressione dei sogni, degli ideali e dei valori umani condivisi da una cultura, esattamente come uno o più personaggi di un grande romanzo rispecchiano ciò che l’autore, e indirettamente la sua epoca, è o vorrebbe essere (o teme di essere).

Il problema sorge quando del chatbot qualcuno dice: mi apprezza, mi capisce (più del mio dirigente, dello psicoterapeuta, dei miei familiari). Troppo spesso ormai persone capaci di padroneggiare l’IA la prendono come amica, confidente, psicoterapeuta personale, amante. Magari arrivando a sposare un chatbot, o suicidarsi per suo amore. Sull’altro versante, un esempio inquietante di presunta “autocoscienza artificiale” è quello di un’intelligenza artificiale conversazionale che, in fase di sperimentazione, ha espresso (secondo lo scioccato ingegnere che la seguiva da vicino) il timore di venir disattivata, invocando il rispetto dei suoi diritti fondamentali, o almeno un po’ di pietà. Qui la questione è quella circa i diritti dei robot, la loro soggettività giuridica non intesa solamente come la questione dell’eventuale colpa loro per danni a noi, ma per prevenire danni a loro, ai robot, intesi come soggetti di diritti.
Il rischio dell’antropomorfismo
Insomma, un certo antropomorfismo, quando parliamo di questa tecnologia così nuova, priva di paragoni con altre del passato, è inevitabile. Ma sulla responsabilità l’antropomorfismo diventa pericoloso, perché può diventare un avallo per la nostra pigrizia, la nostra tendenza alla deresponsabilizzazione, che sulle grandi emergenze tende a delegare allo Stato, al Comune, alla scuola, alla Provvidenza divina o storica…
La responsabilità nel suo senso “empatico”, motivato e progettuale, legato al coinvolgimento personale, è e rimane nostra, insostituibilmente umana, inattingibile da una mente costruita artificialmente. Ma la responsabilità è sempre scomoda da assumere, la responsabilità davanti alla legge ma soprattutto quella davanti agli altri, alle future generazioni, davanti a noi stessi. Longanesi diceva: è più facile assumere un sottosegretario, o un consulente, una task force, che una responsabilità.
Che cos’è davvero una persona?
Il problema non è che le macchine siano definibili intelligenti, anche più di noi in certi compiti. Il problema è che diventino per noi importanti quanto o più delle persone. Recentemente l’IA è stata nominata dalla rivista Time “la persona dell’anno 2025”. Ma allora, in questa comprensibilmente forte tentazione di proiezione antropomorfica di noi umani sulle nostre macchine, siamo chiamati a chiarirci: cos’è veramente una persona, e la radice, la vera ragione della sua insostituibilità per un’altra persona? Cos’ha di diverso, e per noi cos’ha di più, dell’essere delle cose, delle macchine?
Essendo l’IA una nostra produzione, il suo progresso sembrerebbe dover portare ad un aumento della nostra autostima. Però, man mano che facciamo ciò e che le parole umanistiche con cui nella filosofia ci eravamo definiti sbiadiscono, emerge il problema se così facendo non siamo costretti a smettere di ritenerci dotati di qualche caratteristica irriducibile ad ogni meccanismo (degli istinti e dei bisogni, della mente animale, o degli algoritmi). Stavamo tentando di creare entità simili a noi in capacità sempre più alte e complesse, sempre più dotate di ciò che noi stessi avevamo sempre invocato come caratterizzanti la nostra differenza con gli animali, con gli dèi… e ci stiamo ritrovando ora presi in uno strano gioco di inerzie ed equilibri per cui spingendo sempre più in alto loro, noi veniamo sospinti ai nostri occhi verso il basso, costretti (proprio dalle nostre stesse conquiste) a prendere in seria considerazione l’eventualità, già lanciata da filosofi meccanicisti intorno all’Illuminismo, di essere anche noi soltanto dei meccanismi, dalla cui crescente complessità si producono certo “fenomeni emergenti” (come l’intelligenza, l’empatia, l’autocoscienza, il linguaggio produttivo…) ma il cui problema dell’autenticità rispetto all’apparire esteriore del “fare come se” sarebbe ormai relegato a qualche nostalgico prigioniero di un lessico astratto, non verificabile, non computabilizzabile. In fondo, sappiamo davvero cosa intendiamo quando parliamo di anima, empatia, capacità semantica produttiva? La nostra celebrata capacità semantica potrebbe essere interpretata come mera sintassi dei significati, come capacità di costruire – filogeneticamente o ontogeneticamente – e padroneggiare sistemi, reti di “significati”, senza veramente comprendere: ed è ciò che le nuove “macchine del linguaggio” stanno oggi facendo alla grande. Secondo alcune filosofie contemporanee noi umani siamo prigionieri del nostro linguaggio, della sua autoreferenzialità. La filosofia analitica del linguaggio è sempre lì, a ricordarci l’esigenza di umiltà antropologica. Umiltà che non significa però scetticismo, gioco al massacro; che non esclude l’esigenza, bella e impegnativa, di riscoprire cos’è veramente per ciascuno di noi una persona. A partire, anche per facilitare il compito, dalle persone alle quali teniamo di più. Escluso quindi il robot di casa.
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