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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

L’umano e la macchina dialogica. Linguaggio, prompt e immaginazione nell’epoca dell’IA

Domande ai tempi dell'IA

Il convegno “Quo vadis humanitas?” assieme al documento della Commissione Teologica Internazionale che ne costituisce l’orizzonte di riferimento non chiedono quale pericolo si stia profilando nell’immediato, né quali applicazioni della IA siano divenute ormai pervasive nella vita quotidiana, ma qualcosa di più cogente: verso dove stiamo andando come umanità e soprattutto che cosa sta accadendo alla nostra idea di umano in questo orizzonte di rapidissima trasformazione.

Ora, vorrei affrontare tali aspetti da un punto di vista peculiare: non quello della macchina in quanto tale ma del rapporto tra linguaggio, immaginazione e giudizio rispetto alla IA. Ritengo infatti si debba riflettere non tanto sul fatto che l’IA“pensi” quanto piuttosto sul fatto che “penetri” nella dimensione linguistica e di conseguenza modifichi il nostro rapporto con la forma del discorso, con la plausibilità, con la credibilità, con la domanda stessa di verità. Questa linea interpretativa costituisce il tema sia di un mio recente libretto Una ermeneutica dellemancipazione[1] dove l’IA è letta come campo di “tensioni interpretative” e non come entità neutra, sia di un mio scritto che sarà pubblicato a breve dal titolo “IA generativa, nichilismo, nuovo umanesimo, alla luce della ‘teoria della formatività’”[2] dove muovendo dalla lezione di Luigi Pareyson porto l’attenzione sull’attrito fra forma e fondatezza epistemica.

Data questa premessa, vorrei affrontare alcuni nodi. Il primo è questo:

LIA non è soltanto uno strumento ma è anche un ambiente linguistico.

Per molto tempo abbiamo pensato (così come più volte affermato da Marshall McLuhan nei suoi scritti) la tecnologia come “un qualcosa” che estende le facoltà umane: la ruota estende il piede, il telescopio l’occhio, il computer la capacità di calcolo. Tuttavia, l’IA opera a un livello differente. Non amplifica soltanto una funzione ma entra nella dimensione  linguistica, ovvero nel “luogo” (chiamiamolo così) in cui l’essere umano comprende, interpreta, formula ipotesi, organizza il mondo e se stesso. Per questo motivo, ridurre l’IA a mera tecnologia, scienza applicata, innovazione, è un fraintendimento. Nei mie testi sopra citati insisto sul fatto che l’IA non sia un ente metafisico ma una rete di pratiche, algoritmi, scelte informatiche, interessi economici e dispositivi di tipo linguistico. L’“emancipazione” (di cui al titolo), in questo contesto, significa anzitutto sottrarsi all’illusione di una tecnologia neutra o indispensabile, e al tempo stesso imparare a vederla e interpretarla come costrutto storico, simbolico e culturale.

Questo punto è in piena sintonia con il documento della Commissione Teologica Internazionale che vede nelle trasformazioni in atto della tecnologia non un mero avanzamento funzionale (banale) ma un mutamento che investe l’autocomprensione dell’umano, il suo rapporto con gli altri, con il proprio corpo, con il senso, con il limite. E, potrei dire, anche con la “grammatica” del discorso.

Secondo nodo: il prompt non è un dettaglio tecnico ma è una azione “antropologica”.

Spesso si parla del prompt in modo riduttivo, come se fosse una mera istruzione operativa, una formula per ottenere dalla macchina un risultato utile. Io penso tuttavia che il prompt vada pensato in modo differente, più radicale (per dir così). Nel mio testo su Pareyson ho proposto di leggere il prompting come una configurazione comunicativa: non una domanda nel senso comune del termine ma una struttura che orienta la formazione della risposta, predisponendo vincoli, soglie, pesi, priorità. In questo senso il prompt non è un comando meccanico ma è il modo in cui l’umano prepara il campo entro cui una forma discorsiva potrà darsi. Qui la Teoria della formatività di Luigi Pareyson è preziosissima. La coppia concettuale forma formante e forma formata permette infatti di comprendere come l’output di un LLM non sia il “recupero”, l’estrazione (come se fossimo in miniera) di un contenuto dato ma la stabilizzazione di una forma che prende corpo attraverso regolarità interne e vincoli esterni. La macchina non “estrae” la verità ma restituisce una forma coerente. E l’interrogante umano non è esterno a questa dinamica ma ne è “corresponsabile” in quanto opera sul governo dei vincoli. Detto in altri termini: quando interroghiamo una piattaforma di IA, non stiamo soltanto chiedendo “qualcosa”, stiamo costruendo le condizioni entro cui quel “qualcosa” potrà apparire in una certa forma.

E qui ci troviamo di fronte a un terzo nodo: il rischio che si dà nel rapporto con l’IA non è rappresentato solo dallerrore ma dalla sostituzione della verità con la plausibilità.

Nel mio testo su Pareyson ho tentato di mettere a fuoco una questione: il nichilismo contemporaneo in questo particolare ambito, non si presenta come negazione dichiarata della verità. Più sottilmente si manifesta come sua sostituzione con la plausibilità, con la prestazione della coerenza, con l’autorevolezza di una “buona forma” che si dà nel suo stesso presentarsi. Questa è, per così dire, la deriva profonda dell’IA generativa: restituisce testi fluidi, ben segmentati, retoricamente credibili, talvolta persino eleganti. Ma proprio per questo rende “culturalmente” comodo, immediato, plausibile scambiare la qualità formale di un sintagma, di una affermazione, per la sua verità. Ovvero, il problema non è soltanto che la macchina possa sbagliare; la questione è che possa avere plausibilità nella forma anche quando non ha plausibilità nel fondamento. Ecco allora perché la questione “antropologica” (sopra menzionata) non è affatto marginale, anzi. Se l’umano perde la competenza nel distinguere tra coerenza e verità, tra credibilità e fondazione, tra buona forma e discorso verificato, allora non siamo di fronte soltanto a una nuova tecnologia ma a una trasformazione dell’orizzonte della credibilità. L’IA altera l’orizzonte della credibilità perché incrementa la numerosità di narrazioni verosimili senza un corrispondente aumento delle narrazioni fondate. E questa mi pare un punto su cui riflettere: la “crisi” di cui sopra non riguarda soltanto il contenuto degli errori ma il modo stesso in cui si costruisce l’autorevolezza del discorso.

E questo porta al quarto nodo: lumano non si difende dalla macchina opponendole una superiorità “astratta” (per dir così) ma custodendo la competenza di interrogare, interpretare e giudicare.

Nel mio libretto ho provato a spostare l’asse del discorso: ho ipotizzato che l’IA non debba essere pensata solo come uno strumento che dispensa risposte ma anche come possibile “compagno di domanda”. A partire anche da una suggestione narrativa della fantascienza (di cui evidenzia la portata anche il documento Quo vadis humanitas) ho proposto un rovesciamento di ruoli: non più soltanto l’uomo che interroga la macchina ma l’uomo che si lascia interrogare da essa, che acconsente di essere condotto verso le proprie zone d’ombra, verso i propri presupposti non detti, verso qualcosa che non ha ancora messo a fuoco e tematizzato. Questo punto mi sta molto a cuore perché cambia il tono complessivo del discorso. Non siamo costretti a pensare l’IA né solo come pericolo né solo come risorsa. Ma possiamo ritenerla come occasione critica a patto di non ritenere noi stessi in posizione passiva. Se la macchina diventa un oracolo, l’umano si indebolisce; se diventa un interlocutore in grado di riaprire domande, di scomporre problemi, di dare visibilità alle “precomprensioni” allora (forse) può contribuire a un pensare più attento, più cauto, più vigilante.

A questo proposito ho scritto di “trasformazione interpretativa”: ovvero, l’obiettivo non è la performance cognitiva ma qualcosa di più raffinato e più umano: la possibilità di pensarsi diversamente. Questo significa anche che il punto da cui partire non è la prestazione della macchina ma la maturità dell’interrogante. Per questo insisto su un’etica dell’interazione con la macchina (da cui ho derivato un “Decalogo operativo”): la tecnologia quando è attraversata dalla dimensione linguistica può ritornare a essere spazio di libertà, solo se l’interrogante, l’umano, assume una postura di responsabilità interpretativa.

In sintesi, penso che un “nuovo” umanesimo in questo momento storico non possa limitarsi a difendere dei contenuti ma deve governare le condizioni di produzione del senso. Se restiamo al livello della semplice contrapposizione tra “uomo” e “macchina”, rischiamo di mancare il bersaglio. Il punto non è stabilire chi sia più intelligente (o performante) né opporre tout court la ricchezza dell’umano alla freddezza dell’algoritmo, ma riuscire a elaborare un nuovo umanesimo in grado di abitare il mondo della tecnica senza idolatrarlo, di usare la macchina senza delegarle la valutazione, di acconsentire alla produzione di forme linguistiche senza confonderla con la verità.

Nel testo su Pareyson ho definito questo “nuovo” umanesimo come disciplina della soglia: una pratica di trasparenza che distingua dati, inferenze e lacune; che mantenga distinti coerenza, verità e funzionalità; che renda visibili i limiti là dove la forma tende a compiersi. Mi sembra una formula che può essere utile anche oltre il perimetro della tecnologia perché investe il problema ben più ampio della responsabilità dell’umano. In questo senso, vorrei sottolineare che il contributo di una prospettiva cristiana e umanistica è in questo momento fondamentale. Non per demonizzare la tecnologia ma per ricordare che l’umano non è sovrapponibile né alla prestazione né all’autopotenziamento indefinito; che l’umano non è pura auto-produzione; che la sua dignità si dà anche nel suo essere in grado di accogliere il limite, distinguere i piani, abitare la domanda, non assolutizzare le risposte che ne derivano. La questione in questo momento storico non è se la macchina diventerà simile all’uomo, ma se l’uomo, dialogando quotidianamanete con macchine sempre più persuasive, saprà restare umano.

E restare umano, in questo ambito, significa (almeno per me) quattro cose:

– saper distinguere la buona forma dal vero

– non perdere la sovranità della domanda

– custodire il giudizio come darsi non delegabile

– e fare della dimensione linguistica non un luogo di passiva ricezione, ma uno spazio di responsabilità.

Se riusciremo in questo, allora l’IA non sarà lo strumento di una “disumanizzazione” ma potrà diventare, seppur faticosamente (non lo nego) e al tempo stesso in maniera più promettente, un banco di prova per una rinnovata comprensione dell’umano.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).


[1] Andrea Terranova, Una ermeneutica della emancipazione per l’intelligenza artificiale. Cenni sul metodo e sui possibili strumenti operativi, Mimesis Edizioni, Sesto San Giovanni, 2025.

[2] Id., “IA generativa, nichilismo, nuovo umanesimo, alla luce della ‘Teoria della formatività’”, in corso di pubblicazione in Quaderni di Filosofia”, numero monografico sui temi del Convegno “Nichilismo contemporaneo ed esigenza di un nuovo umanesimo – Torino 28 ottobre 2025”, a cura di Ezio Gamba e Roberto Scalon, Mimesis Edizioni, Sesto San Giovanni, 2026.

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